Donner Party: impreparati alla sopravvivenza

Donner Party: impreparati alla sopravvivenza

Cosa accade quando ci si trova in un ambiente ostile totalmente impreparati? Durante l’inverno del 1846, nella Sierra Nevada californiana si verificò uno degli episodi più tragici mai accaduti sulla Pista dell’Oregon, un perfetto esempio di cosa può accadere quando si sottovaluta un ecosistema sconosciuto e imprevedibile.

Quella che venne definita “Donner Party” era una carovana di emigranti partita per un viaggio di circa 4-6 mesi, ma gli 87 membri del gruppo rimasero intrappolati tra le montagne durante un inverno particolarmente rigido, con poche provviste e quasi nessuna esperienza nella sopravvivenza in ambienti selvaggi.

Solo in 48 riuscirono a sopravvivere, tra atti di cannibalismo, animali domestici per cena e prove di resistenza continue sotto l’implacabile clima invernale della Sierra Nevada.

A distanza di oltre 160 anni, una ricerca di Kelly Dixon, professore del Dipartimento di Antropologia dell’Università del Montana, è riuscita a mostrarci di cosa si nutrirono i membri del Donner Party per sopravvivere all’inverno e all’assenza di cibo.

Impreparati alla Pista dell’Oregon

Il Donner Party era un gruppo di pionieri (come molti altri ce ne furono in quel periodo) diretto ad Ovest su quella che veniva definita “Pista dell’Oregon”, un percorso che partiva da Independence in Missouri per finire in California. Il tragitto richiedeva generalmente da 4 a 6 mesi per essere completato procedendo ad un ritmo di circa 24 km al giorno, la distanza media percorribile da un carro in circa 24 ore.

La parte più difficile del viaggio era rappresentata dagli ultimi 160 km: oltre 500 picchi alti fino a 3.700 metri dovevano essere superati per poter raggiungere la meta, e il tempismo era d’obbligo: durante l’inverno, infatti, la Sierra Nevada risultava del tutto impraticabile da un carro carico di beni di prima necessità, utensili e persone.

Rotta seguita dal Donner Party
Rotta seguita dal Donner Party.

I membri della carovana era quasi tutti impreparati alla natura selvaggia: per quanto tecnicamente definibili “pionieri”, molti erano membri di famiglie benestanti, privi di ogni nozione di sopravvivenza e incapaci di gestire i pericoli del territorio, al contrario di alcune tribù particolarmente bellicose di nativi americani che dimoravano lungo la Pista dell’Oregon.

A capo della carovana c’era George Donner, ricco agricoltore di 62 anni che assieme al fratello Jacob e alle loro famiglie decise di spostarsi verso Ovest e raggiungere la California. Uno degli altri membri della carovana, James Frazier Reed, viaggiava a bordo di un carro talmente decorato e imponente da richiedere otto buoi per essere trainato.

Una rotta pericolosa

Su consiglio Lansford W. Hastings, esperto delle vie percorribili californiane, il Donner Party imboccò una rotta apparentemente migliore rispetto a quella seguita fino ad allora dagli emigranti. Una rotta che non solo avrebbe fatto risparmiare tempo prezioso prima dell’inverno, ma che avrebbe anche evitato spiacevoli incontri con nativi e messicani.

La scorciatoia di Hastings, tuttavia, si rivelò più ostica del previsto: i 60-80 carri che costituivano la carovana procedevano troppo lentamente al ritmo di circa 2 km al giorno, e gli uomini più forti costretti di continuo ad abbattere alberi e a ripulire la pista dalle rocce che ostacolavano l’avanzata del gruppo.

Dopo qualche settimana di viaggio, i viveri iniziarono a scarseggiare. Era ormai settembre e il Donner Party era in ritardo di oltre un mese sulla tabella di marcia; ma il peggio doveva ancora venire. Superate le Wasatch Mountains, i pionieri si trovarono nel Great Salt Lake Desert, uno dei luoghi più inospitali del pianeta.

Il Great Salt Lake Desert è una distesa salata di 10.000 km quadrati che riceve solo 20 centimetri di pioggia all’anno. E’ facile quindi immaginare quale fu il destino dei membri del Donner Party: miraggi, rottura dei carri, disidratazione e animali da soma morti di stenti furono solo alcune delle fatiche sperimentate dai viaggiatori durante i sei giorni di attraversamento del deserto.

Era chiaro a tutti che la scorciatoia di Hastings non era altro che una condanna a morte. Ma ormai non c’era altra scelta: a fine settembre e con l’inverno che si avvicinava pericolosamente, il percorso di Hastings era l’unica opzione rimasta.

Bloccati sulla Sierra Nevada senza viveri
Fiume Truckee durante l'inverno
Fiume Truckee durante l’inverno

Il Donner Party finì per ritrovarsi in ottobre inoltrato nel bel mezzo delle montagne gelide della Sierra Nevada. Fino alla metà di novembre non ci sarebbe stata possibilità di valicare l’unico passo percorribile, e i pionieri furono costretti ad accamparsi nei pressi di Truckee Lake, luogo in cui si consumò la tragedia che rese tristemente celebre il Donner Party.

All’arrivo a Truckee Lake erano già morte almeno cinque persone principalmente a causa del freddo, della malnutrizione, dell’affaticamento eccessivo e di alcuni incidenti, come lo sparo di un fucile durante il suo caricamento o liti scatenate da futili motivi.

Tra il dicembre del 1846 e l’aprile del 1847 morirono altri 25 uomini e 9 donne, e per placare la fame i sopravvissuti iniziarono a valutare l’ipotesi di cibarsi dei cadaveri dei compagni, l’unica fonte di proteine facilmente accessibile a pionieri esausti e affamati, al limite dell’immobilità.

Per resistere al gelo invernale, i membri della carovana costruirono delle piccole baracche di tronchi di pino, senza preoccuparsi di realizzare pavimentazioni o di coprire i numerosi buchi dei tetti. Le baracche non avevano porte o finestre, ma solo aperture grezze per entrare o uscire coperte da teli di pelle.

Questi tronchi furono tagliati dal Donner Party per costruire le baracche e per riscaldarsi. L'altezza del taglio indica il livello della neve al tempo del taglio
Questi tronchi furono tagliati dal Donner Party per costruire le baracche e per riscaldarsi. L’altezza del taglio indica il livello della neve al tempo del taglio

Al termine della costruzione del campo invernale il cibo era quasi totalmente esaurito. Il bestiame iniziò a morire a causa dell’assenza di erba e le loro carcasse furono fatte congelare e accatastate per un utilizzo futuro.

I pochi cacciatori della carovana riuscirono ad uccidere qualche animale, come cervi, lepri e un orso, ma le poche proteine ottenute da selvaggina e bestiame furono consumate avidamente e velocemente dai pionieri.

Secondo i resoconti di alcuni dei sopravvissuti, e grazie ai diari redatti ai soccorritori, sappiamo che i membri del Donner Party, trovatisi in assenza di cibo, iniziarono a nutrirsi dei loro animali domestici, inclusi i cani di famiglia e i topi che soggiornavano tra le riserve di grano ormai esaurite.

Uno dei cani, Cash, apparteneva a Virginia Reed Murphy, che affermò nella sua testimonianza:

“Mangiammo la testa e le zampe, anche la pelle, mangiammo tutto di quel cane”.

Un altro animale, il cane di Patrick Breen, pare abbia fatto la stessa fine dopo essere stato accusato di aver mangiato la scarpa di un bambino.

“Quando la carne finì, gli emigranti si precipitarono sulle pelli degli animali uccisi. Se lavorate, tagliate a strisce e bollite, formano una colla molto densa” spiega Kristin Johnson, che ha studiato la vicenda del Donner Party per due decadi. “Scoprirono anche che le ossa, se bollite abbastanza a lungo o arrostite, potevano essere mangiate”.

Prima di arrivare agli animali domestici, tuttavia, i membri del Donner Party provarono a nutrirsi di ogni cosa a loro disposizione: pigne, resina e rami di pino, una veste di pelle di bufalo, animali selvatici, e qualunque altra pianta riuscisse a sopravvivere al gelo dell’inverno.

Cannibalismo

La situazione era destinata a degenerare velocemente dopo aver ucciso e consumato i migliori amici dell’uomo. Reed, che tentò di organizzare diverse spedizioni di salvataggio dopo il suo esilio dal gruppo nel precedente settembre, una volta arrivato a Truckee Lake con i soccorsi raccontò di essersi trovato di fronte a capelli, ossa, crani e pezzi di arti semi-consumati, ammucchiati di fronte al fuoco.

Pagina 28 del diario di Patrick Breen, in cui si legge: "La signora Murphy ieri ha detto che avrebbe iniziato con il mangiare Milt, non credo che l'abbia ancora fatto"
Pagina 28 del diario di Patrick Breen, in cui si legge: “La signora Murphy ieri ha detto che avrebbe iniziato con il mangiare Milt, non credo che l’abbia ancora fatto”

Dal corpo di George Donner erano stati rimossi cuore e fegato, mentre braccia e gambe erano state amputate brutalmente. I bambini della carovana avevano i volti ricoperti di sangue rappreso e tentavano disperatamente di addentare la carne dei cadaveri.

L’analisi di oltre 16.000 frammenti di ossa trovati a Truckee Lake indicherebbe che i membri del Donner Party si nutrirono di topi, cani, cervi, conigli, cavalli e bestiame, ma nessuno scheletro umano è stato ritrovato intatto.

“Se le famiglie del Donner Party avessero davvero consumato solo carne e organi interni, come ci si aspetterebbe dal confronto con altri casi di cannibalismo di sopravvivenza, solo i tessuti molli sarebbero stati cotti sul fuoco o bolliti in una pentola” spiega Dixon.

“Stiamo ponendo enfasi sul fatto che le fonti storiche e archeologiche presentano una storia complicata che parla di esseri umani che hanno fatto quanto possibile, incluso mangiare pelle e corde, oltre a consumare i loro cani, prima di prendere la decisione disperata di cannibalizzare i cadaveri. Quindi, i resti ossei presenti nel sito indicano la volontà di evitare il cannibalismo…ma non necessariamente l’assenza di questa pratica”.

Accampamento del Donner Party al momento delle missioni di soccorso
Accampamento del Donner Party al momento delle missioni di soccorso

In tutto furono organizzate tre spedizioni di soccorso, che portarono scorte alimentari ai pionieri intrappolati e riuscirono a evacuare alcuni dei sopravvissuti. I casi di cannibalismo non cessarono dopo la prima spedizione, ma continuarono a causa del veloce esaurimento delle scorte portate dai soccorsi.

Uno degli evacuati, William Hook, una volta giunto in salvo nella Bear Valley si precipitò in un emporio in preda alla fame e ingurgitò una tale quantità di cibo da risultargli fatale. L’ultimo ad essere salvato durante la terza spedizione di soccorso, Lewis Keseberg, fu trovato a poca distanza dall’accampamento con una pentola piena di carne umana, gioielli e 250 dollari in oro.

Delle 87 persone entrate nelle Wasatch Mountains, soltanto 48 furono condotte in salvo. Solo le famiglie Reed e Breen rimasero intatte e solo tre muli, tra tutto il bestiame della carovana, riuscirono a raggiungere la California.

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