Morbo del caribù, inedia da coniglio

coniglio selvatico

Le proteine sono composti fondamentali per la dieta umana, specialmente in condizioni di sopravvivenza o durante lunghi periodi trascorsi in ambienti ostili che richiedono continui sforzi per compiere anche le attività quotidiane più semplici.

I grassi, demonizzati dalle mode alimentari moderne, rappresentano l’altra faccia della “medaglia nutrizionale”. L’importanza dei grassi in una dieta bilanciata è un fatto noto, addirittura scontato per chi è abituato a vivere in climi rigidi: senza grasso non si supera l’inverno.

Oltre al suo enorme apporto calorico (9 calorie per grammo, contro le 4 calorie di proteine e carboidrati), il grasso è fondamentale per evitare di incorrere in ciò che viene definito “morbo del caribù”, noto in Nord America come “inedia da coniglio” (rabbit starvation), una condizione che si manifesta quando si consuma eccessivamente carne magra senza integrare grassi nella dieta.

Avvelenamento da proteine

Il morbo del caribù altro non è che un avvelenamento da proteine. Secondo l’etologo canadese Vilhjalmur Stefansson, uno dei primi a descrivere l’inedia da coniglio, questo problema affliggeva particolarmente alcune comunità di nativi americani canadesi, abituati a cacciare conigli per ottenere le proteine necessarie alla loro vita quotidiana:

“Coloro che si cibano di conigli, se non sono in grado di assumere grasso da un’altra fonte animale (ad esempio il castoro, l’alce, i pesci) svilupperanno diarrea in circa una settimana, con mal di testa, stanchezza e malessere aspecifico. Se è possibile approvvigionarsi senza problemi di conigli, costoro mangeranno fino a distendere il loro stomaco. Ma non importa quanto mangino, si sentiranno comunque insoddisfatti.”

L’inedia da coniglio non sembra causata esclusivamente dall’eccesso di proteine, ma da un rapporto sbilanciato tra proteine e grassi animali. La carne di coniglio, ad esempio, offre mediamente un quantitativo di grasso pari all’ 8% dell’intera parte commestibile dell’animale, contro il 32% di manzo e maiale; il pemmican, un concentrato di proteine e grassi animali, non sembra portare al morbo del caribù anche dopo mesi o anni di consumo quotidiano.

L’eccesso di proteine e la mancanza di grassi nella dieta provoca in breve tempo diarrea, mal di testa e affaticamento. La pressione sanguigna si abbassa, il battito cardiaco rallenta e si inizia a sperimentare una costante sensazione di fame che può essere soddisfatta soltanto dall’assunzione di grassi e carboidrati.

Si entra così in un circolo vizioso che ha del paradossale: più si consuma carne di coniglio, più aumenta l’affaticamento, il consumo di calorie e la sensazione di fame. Non importa se state ingerendo la giusta quantità di calorie per sopravvivere: è la composizione delle calorie ingerite che fa la differenza.

Condizioni per l’inedia da coniglio

Il morbo del caribù non è una condizione facile da ottenere. Sono necessari tre requisiti di partenza: assenza di altre fonti alimentari, scarse riserve di grasso corporeo e conigli molto magri.

I casi di inedia da coniglio sono stati finora documentati in individui impossibilitati ad ottenere altri alimenti se non selvaggina a basso contenuto di grasso. In natura, tuttavia, è difficile che si possa verificare questa situazione: per un nativo o un conoscitore delle fonti alimentari selvatiche è relativamente semplice ottenere carboidrati e grassi da semi, noci, frutta e animali “grassi” come alcuni pesci di fiume.

Se l’organismo possiede riserve di grasso, inoltre, si alimenterà di tutte le scorte adipose a sua disposizione prima di entrare in “modalità inedia”. In un individuo sano, potrebbero essere necessarie settimane intere prima di raggiungere uno stato di quasi totale assenza di grasso corporeo.

Tutto questo non significa che l’inedia da coniglio sia rara. Durante l’inverno è facile consumare buona parte delle riserve adipose anche soltanto per mantenere stabile la temperatura corporea (come dimostrano gli orsi); in condizioni particolarmente rigide, anche conigli e caribù possono consumare tutto il loro grasso per garantirsi la sopravvivenza invernale.

Non solo conigli

Il problema della carne di coniglio, come detto in precedenza, è la sua eccessiva magrezza: il grasso non si accumula in grandi quantità nella muscolatura (come ad esempio nei bovini), ma tende a concentrarsi attorno agli organi interni. I maggiori accumuli di grasso si trovano in corrispondenza di reni, fegato, organi riproduttivi e ovviamente nel cervello, un organo grasso per eccellenza.

Come suggerisce il suo nome alternativo “morbo del caribù”, l’inedia da coniglio non è limitata ai soli roditori, ma è una condizione che può insorgere con l’assunzione esclusiva e prolungata di carni molto magre o di carne secca dal contenuto limitato di grasso.

In generale, gli animali allo stato brado hanno carni dal contenuto di grasso inferiore a quello degli animali domestici. Accumulare grasso nella natura selvaggia è un compito per nulla semplice: richiede grandi quantità di cibo selvatico, diversi anni di vita per gli animali di taglia più grande e il giusto compromesso tra accumulo di risorse adipose e capacità di fuga dai predatori.

I nativi nordamericani che si nutrivano prevalentemente di caribù e cervidi tendevano a preferire la macellazione di animali adulti o anziani che, nel corso della loro vita, erano riusciti ad accumulare grandi quantità di grasso nella regione dorsale (fino a 25 kg di grasso); in questo modo si evitava il morbo del caribù e si completava una dieta a base di proteine.

Protein poisoning
My take on “Rabbit starvation”

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