Etemenanki, la vera “Torre di Babele”

Etemenanki, la vera Torre di Babele

La storia della Torre di Babele della Genesi biblica è una delle più celebri dell’antichità, trovando riferimenti anche nella letteratura ellenistica e romana. Ma da cosa nacque la leggenda? Spesso la mitologia antica è ricca di riferimenti ad elementi di pura fantasia, ma in questo caso la leggenda della Torre di Babele ha diverse analogie con un edificio reale: Etemenanki (“casa delle fondamenta del cielo e della terra” o anche “pietra angolare del cielo e della terra”), la principale ziqqurat dell’antica città mesopotamica di Babilonia.

Nella Bibbia (più in particolare nella Genesi 11, 1-9) si parla di una torre di mattoni costruita lungo il fiume Eufrate con il preciso intento di avvicinarsi al cielo, la dimora di Yahweh; questo tentativo di avvicinarsi a Dio non fece altro che scatenare la sua furia anche alla luce del fatto che gli esseri umani, contravvenendo al comando divino, si erano rifiutati di disperdersi su tutto il pianeta. Come punizione, Yahweh fece in modo che gli esseri umani, che inizialmente comunicavano utilizzando tutti la stessa lingua, iniziassero a parlare idiomi incomprensibili, impedendo che la costruzione della torre venisse portata a termine.

«Tutta la terra aveva una sola lingua e le stesse parole. Emigrando dall’oriente gli uomini capitarono in una pianura nel paese di Sennaar e vi si stabilirono. Si dissero l’un l’altro: “Venite, facciamoci mattoni e cociamoli al fuoco”. Il mattone servì loro da pietra e il bitume da cemento. Poi dissero: “Venite, costruiamoci una città e una torre, la cui cima tocchi il cielo e facciamoci un nome, per non disperderci su tutta la terra”. Ma il Signore scese a vedere la città e la torre che gli uomini stavano costruendo. Il Signore disse: “Ecco, essi sono un solo popolo e hanno tutti una lingua sola; questo è l’inizio della loro opera e ora quanto avranno in progetto di fare non sarà loro impossibile. Scendiamo dunque e confondiamo la loro lingua, perché non comprendano più l’uno la lingua dell’altro”. Il Signore li disperse di là su tutta la terra ed essi cessarono di costruire la città. Per questo la si chiamò Babele, perché là il Signore confuse la lingua di tutta la terra e di là il Signore li disperse su tutta la terra. »

Etemenanki, la vera Torre di Babele

La Torre di Babele, che oggi viene interpretata come un riferimento alla ziggurat babilonese Etemenanki, è uno degli esempi più estremi di punizione divina; la realtà storica e la leggenda biblica hanno alcuni punti in comune, ma Etemenanki rappresentò per i Babilonesi ben più che un tentativo di avvicinarsi al cielo: era la dimora del dio Marduk (detto anche Bel) e di parte del pantheon babilonese, oltre ad essere stata probabilmente anche un importantissimo osservatorio astronomico.

La parola Babel in ebraico antico può assumere il significato di “confusione” ma è spesso utilizzata per indicare l’antica città di Babilonia, dove si trovava Etemenanki ed Esagila (un’altra ziggurat fondamentale per il sistema religioso babilonese). Etemenanki viene descritta come un’ enorme struttura di mattoni coperti da piastrelle colorate, una montagna di argilla cotta che tra i Babilonesi veniva chiamata ziqqurat (o ziggurat) ed era impiegata come luogo di culto o come punto privilegiato per osservare il cielo notturno.

Secondo la leggenda, all’origine della Terra il dio Marduk fu coinvolto in una feroce battaglia con Tiamat, madre del cosmo e dea degli oceani che viene tradizionalmente raffigurata come un enorme serpente marino. Tiamat era colpevole di aver portato il caos nell’universo e la sua sconfitta da parte di Marduk riportò l’ordine nel cosmo. Per celebrare la sua vittoria, Marduk fece costruire Esagila al centro del pianeta (i Babilonesi credevano che la Terra fosse un disco circondato dal mare), il punto esatto in cui cielo e terra si congiungevano l’uno con l’altra. La costruzione di Etemenanki vicino ad Esagila fece gradualmente assumere alla prima ziqqurat un ruolo di primo piano, fino a diventare la più importante struttura religiosa della cultura babilonese.

I resti archeologici di Etemenanki
I resti archeologici di Etemenanki

Una descrizione di Etemenanki è stata scoperta ad Uruk su una tavoletta cuneiforme risalente al 229 a.C.: si tratta della copia di un testo più antico, di autore ignoto, ma considerato storicamente attendibile perché supportato da altre testimonianze storiche o prove archeologiche. Secondo la tavoletta, Etemenanki aveva sette terrazzamenti per un’altezza totale di 91 metri; alla base misurava 91 x 91 metri e questa misurazione è stata confermata dagli scavi archeologici condotti da Robert Koldewey (la cui misurazione dei resti di Etemenanki riportava 91,48 x 91,66 metri).

Una vasta scalinata conduceva verso la cima dell’edificio e tre porte collegavano Etemenanki con Esagila, mentre una porta più ampia ad Est connetteva la ziqqurat con una strada utilizzata per le processioni religiose. Sull’ultima terrazza si trovava il tempio del dio Marduk, suddiviso in varie stanze come se si trattasse della dimora reale della divinità: la stanza per le nozze sacre, una sala che ospitava il dio-scriba Nabu e la moglie Tashmetu, e altre camere destinate ad altre divinità come Anu, Enlin, Ea e Nusku.

Un’altra descrizione di Etemenanki fu redatta da Erodoto, ma ci sono molto dubbi sull’accuratezza delle informazioni riportate. Secondo molti storici, il racconto di Erodoto non è basato su una testimonianza oculare della ziqqurat, ma su un altro testo che contiene errori grossolani e misurazioni incorrette.
La sua descrizione di Etemenanki, per quanto non accurata e di seconda o terza mano, è tuttavia la prima che cita un rito compiuto all’interno del tempio di Marduk: secondo Erodoto, ogni notte una giovane donna scelta come “sposa di Marduk” condivideva il letto con la divinità all’interno del tempio di Etemenanki, ma ad oggi non esiste alcuna prova a sostegno delle parole dell’autore greco.

Il tempio di Etemenanki, ricoperto da piastrelle blu
Il tempio di Etemenanki, ricoperto da piastrelle blu

La data di costruzione di Etemenanki è ancora un mezzo mistero. Nel 689 a.C. il re assiro Sennacherib proclamò di aver distrutto la torre dei suoi nemici Babilonesi, ma la letterale distruzione di un edificio così imponente ricoperto da mattoni cotti era fuori dalla portata del più belligerante sovrano del tempo: le truppe assire saccheggiarono quasi certamente l’intera città, ma non possedevano i mezzi per radere al suolo una delle più grandi ziqqurat mai esistite nell’arco di qualche settimana. Secondo le tavolette babilonesi furono necessari 88 anni per ricostruire l’intera città ed Etemenanki fu soggetta ad una demolizione parziale; solo 50 anni dopo, la ziqqurat raggiungeva la sua massima altezza di 91 metri grazie ai lavori di ricostruzione di Nabucodonosor II e di suo padre.

L’attacco di Sennacherib a Babilonia dimostra però che Etemenanki era già celebre almeno mille anni prima di Cristo, forse fin dall’epoca di Hammurabi (1792-1750 a.C.), periodo in cui Babilonia era al culmine del suo potere in Mesopotamia e le ziqqurat venivano edificate anche in città minori. L’ Enûma êliš, poema accadico risalente al regno di Nabucodonosor I (1125-1104 a.C.), cita direttamente la presenza ben consolidata a Babilonia della ziqqurat Esagila, implicando indirettamente anche la presenza di Etemenanki.

La torre raggiunse le sue dimensioni finali nell’arco di diversi secoli, subendo diversi crolli parziali e distruzioni volontarie da parte dei nemici di Babilonia. Nabucodonosor II (634 a.C. ca – 562 a.C. circa) fu probabilmente l’ultimo sovrano babilonese a metter mano alla costruzione di Etemenanki: ordinò di terminare il tempio sulla cima della ziqqurat costruendo un tetto di cedri provenienti dal Libano.

Mantenere intatta una struttura di proporzioni colossali richiede molta manodopera e denaro, specialmente se si tratta di un edificio di mattoni: l’argilla cotta richiede costante manutenzione sotto il caldo clima mediorientale e probabilmente diverse parti dell’edificio erano già crollate sotto il loro stesso peso prima del IV secolo a.C..
Al suo ritorno a Babilonia nel 323 a.C., circa due secoli dopo gli ultimi lavori di manutenzione della ziqqurat, Alessandro Magno ordinò a 10.000 dei suoi soldati di rimuovere i resti di Etemenanki trasportando dall’altra parte della città i mattoni e le piastrelle colorate che li decoravano.
L’obiettivo di Alessandro Magno era quello di ricostruire l’edificio restituendolo all’antico splendore, ma la sua morte fermò i lavori dopo circa due mesi lasciando Etemenanki in uno stato di demolizione avanzato.
Quasi un secolo dopo la morte di Alessandro Magno, il principe persiano Antioco I decise di ricostruire la ziqqurat: il testo babilonese Cronaca della Rovina dell’ Esagila racconta che, dopo il sacrificio rituale per proclamare ufficialmente l’inizio dei lavori di ricostruzione, Antioco inciampò sulle rovine di Etemenanki. Dopo essere caduto a terra, colmo di rabbia e vergogna, ordinò ai suoi ammaestratori d’elefanti di distruggere gli ultimi resti dell’edificio, segnando la scomparsa di Etemenanki.

The Tower of Babel: Archaeology, history and cuneiform texts
Etemenanki (the “Tower of Babel”)
Etemenanki

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