Ahmad ibn Fadlan e l’incontro con i Variaghi

Ahmad ibn Fadlan e l'incontro con i Variaghi

La conoscenza moderna che abbiamo sui Vichinghi non si basa esclusivamente sui resoconti delle loro scorrerie redatti dagli antichi abitanti d’Europa invasi dai popoli scandinavi, ma anche su testi nati dall’incontro tra la cultura musulmana e quella norrena.

Ibn Fadlan (Aḥmad ibn Faḍlān ibn al-ʿAbbās ibn Rāšid ibn Ḥammād), celebre viaggiatore del X secolo, fu uno dei primi a trascrivere con dovizia di particolari una descrizione dei Variaghi, gente di origine norrena che intratteneva rapporti commerciali tra il Mar Baltico e il Mar Nero.

Chi era Ahmad ibn Fadlan

Si hanno ben poche informazioni certe sull’origine di Ahmad ibn Fadlan, sulla sua etnicità e sulla sua educazione; non abbiamo nemmeno informazioni sulla sua data di nascita o di morte.

Sappiamo che Ahmad ibn Fadlan era un esperto di giurisprudenza islamica (faqih) alla corte del califfo abbaside al-Muqtadir e che, nell’anno 921, si imbarcò verso la Russia per incontrare Almis, primo regnante musulmano della regione.

Ibn Fadlan fu probabilmente un personaggio minore nella società araba del tempo: non ci sono poemi che celebrino il suo viaggio e non esistono citazioni del suo nome nella documentazione del tempo. Il fatto che sia stato inviato verso Nord a trattare con un alleato minore fa pensare che non ricoprisse un ruolo rilevante nella corte abbaside.

Per molto tempo il resoconto di viaggio di Ibn Fadlan fu citato solo parzialmente nel dizionario geografico di Yaqut al-Hamawi, geografo arabo del XII-XIII secolo. Nel 1923 fu scoperto in Iran un manoscritto, risalente al XIII secolo, che contiene una versione più completa del resoconto di viaggio di Ibn Fadlan; alcuni passi non presenti nel documento sono invece citati nell’opera “Sette Climi” (Haft Iqlim, XVI secolo) del geografo persiano Amin Razi.

Il viaggio verso Nord

A seguito della spedizione dell’eunuco e diplomatico Susan al-Rassi, Ahmad ibn Fadlan lasciò Baghdad il 21 giugno 921 con l’obiettivo di illustrare la legge islamica ai Bulgari che vivevano sulla riva orientale del fiume Volga, recentemente convertiti all’Islam.

I Bulgari sotto il regno di Almis, chiamati Bulgari del Volga, erano una popolazione distinta da quella che fondò lo stato conosciuto in tempi moderni come Bulgaria: intorno al VI secolo i discendenti dei bulgari moderni si spostarono verso ovest, convertendosi successivamente al Cristianesimo.

L’ambasceria fu una risposta alle richieste di Almis al califfato abbaside, richieste volte a trovare sostegno nella sua campagna contro i Cazari, una confederazione di tribù in perenne lotta contro i Bulgari del Volga per il predominio nella regione.

Pagina del diario di Ibn Fadlan
Pagina del diario di Ibn Fadlan

Per raggiungere i Bulgari del Volga la spedizione si servì di alcune rotte commerciali verso Bukhara (nell’attuale Uzbekistan), per poi cambiare direzione prima di raggiungere la città proseguendo verso nord, in Iran, il territorio dei Cazari e dei Turchi Oghuz.

Dopo circa 4.000 chilometri di viaggio, Ibn Fadlan raggiunse la capitale dei Bulgari del Volga, Bolghar, il 12 maggio 922, presentando doni al regnante locale e consegnando una lettera da parte del califfato.

Almis non prese molto bene il fatto che l’ambasceria non aveva portato il denaro richiesto al califfato per la costruzione di una fortezza difensiva per arrestare l’avanzata dei Cazari; di fatto, l’alleanza tra il califfato e i Bulgari del Volga non venne mai stipulata a causa dei finanziamenti non pervenuti.

I Bulgari del Volga

Durante il suo viaggio, Ibn Fadlan ebbe modo di osservare a lungo i popoli che incontrò, annotando critiche, aspetti per lui straordinari e descrizioni accurate del loro stile di vita.

Nel suo diario di viaggio Ibn Fadlan appare particolarmente critico nei confronti della dottrina religiosa praticata dai Bulgari del Volga. Sembra provare disgusto e rabbia nella loro errata interpretazione dell’Islam e tende a giudicare gli incontri con i locali in base alla loro pratica della religione.

Secondo Ibn Fadlan, molte delle culture islamiche incontrate lungo il Volga sono “come somari smarriti. Non hanno alcun legame religioso con Dio, e nemmeno fanno ricorso alla ragione”. I Bulgari non avrebbero accettato l’Islam per fede, come mostrerebbero alcuni retaggi della loro precedente religione pagana, ma solo come mezzo per ottenere sostegno dal califfato.

Uno degli aspetti più sorprendenti per l’ambasciatore arabo (perché sovvertiva completamente il rituale islamico) fu il pianto degli uomini durante i funerali pagani di una personalità importante tra i Bulgari: “Stanno di fronte alla porta della tenda e piangono, emettendo suoni orrendi e selvaggi. Così si fa tra gli uomini liberi”.

I Rus / Variaghi

I Variaghi intrattenevano nella regione attività commerciali e belliche (sia come pirati, sia come mercenari) e crearono diverse stazioni commerciali o fortificate che andarono a comporre il primo Stato slavo orientale, il Rus’ di Kiev. I Variaghi erano di fatto partner commerciali dei Bulgari del Volga.

L’esistenza dei Variaghi (che Ibn Fadlan chiamava Rusiyyah) non rappresentava una grossa novità per il mondo islamico, contrariamente allo sconvolgente primo impatto tra i popoli norreni e le culture cristiane nordeuropee. Ibn Fadlan fu tuttavia uno dei primi a mettere per iscritto le usanze dei popoli Rus, dipingendoli come mercanti ed esploratori armati la cui attività principale era quella del commercio.

Il mondo arabo forniva ai Variaghi l’argento che tanto desideravano in cambio di pelli, cera d’api, miele, falconi, noci, corteccia di betulla, armi e ambra, un materiale pagato a caro prezzo nei mercati musulmani. La vendita di prigionieri slavi costituiva una buona fetta della ricchezza commerciale dei Rus, che commerciavano schiavi dall’Egitto alla Spagna.

Sepoltura Rus di un capo riprodotta da Henryk Siemiradzki nel 1883 secondo la descrizione di Ibn Fadlan
Sepoltura Rus di un capo riprodotta da Henryk Siemiradzki nel 1883 secondo la descrizione di Ibn Fadlan
Il vestiario dei Rus

Ibn Fadlan approfondisce la conoscenza dei Variaghi incontrandoli a Wisu, rimanendone affascinato e dedicando a loro circa 1/5 del suo resoconto di viaggio. Li descrive alti quanto palme da dattero, biondi e rubicondi, ricoperti di tatuaggi blu e verdi dal collo ai piedi e armati di ascia, spada e un lungo pugnale.

Le donne Rus indossano gioielli come collane d’oro, d’argento, di rame o di ferro, monili che rappresentavano la ricchezza del loro marito. Tra i gioielli più gettonati ci sarebbero state anche delle perle di vetro verde, spille, chiavi e pettini, e ciò che Ibn Fadlan descrive come “dischi da portare sul petto”.

“Ho visto i Rusiyyah quando arrivarono dai loro viaggi commerciali e si accamparono lungo il fiume Atil [il Volga]. Non ho mai visto esemplari così fisicamente perfetti, alti come palme da dattero, biondi e rubicondi; non indossano tuniche o caffetani, ma gli uomini indossano una veste che copre un lato del corpo e lascia una mano libera.
Ogni uomo possiede un’ascia, una spada e un coltello, e li tiene con sé in ogni momento. Ogni donna indossa sul petto un disco di ferro, argento, rame o oro; il valore del disco indica la ricchezza o lo status del marito. Ogni disco ha un anello da cui pende un coltello. Le donne indossano collane d’oro e d’argento. Il loro ornamento più pregiato sono perle di vetro verde.”.

Fisicamente perfetti ma sporchi

Secondo Ibn Fadlan, i Rus sono esemplari umani “perfetti” in quanto a condizione fisica, ma le loro abitudine igieniche sono disgustose anche se, ogni giorno, trascorrono diverso tempo a pettinarsi. Sono volgari, poco sofisticati e sporchi.

“Sono i più sporchi di tutte le creature di Allah: non si puliscono dopo aver defecato o urinato e non si lavano quando sono in uno stato di impurità rituale e nemmeno si lavano le mani dopo aver consumato del cibo […] Non possono evitare di lavarsi faccia e testa ogni giorno, cosa che fanno con l’acqua più sporca e torbida immaginabile”.

Ibn Fadlan non lesina critiche verso i Rus che hanno deciso di convertirsi all’Islam, facendo notare che continuano a consumare carne di maiale e sostenendo che “molti di quelli che hanno intrapreso la via dell’Islam hanno perso la giusta direzione”.

Secondo Ibn Fadlan i Rus sono dipendenti dall’alcol e bevono giorno e notte. Capita anche che “uno di loro muoia con la coppa nelle mani”.

Religione, legge e funerali

Ibn Fadlan dedica parte della sua descrizione dei Variaghi ai loro usi e costumi, come i sacrifici rituali alle loro divinità pagane, il trattamento riservato ai malati e il funerale di un capo tribù, dato alle fiamme a bordo della sua nave riempita dei suoi possedimenti più preziosi, cani, cavalli, buoi e il corpo di una schiava che si offrì volontaria per accompagnare il suo padrone nell’aldilà.

“Quando qualcuno si ammala, erigono una tenda lontano dall’accampamento e lo portano dentro, dandogli pane e acqua. Non si avvicinano a lui e nemmeno gli parlano, non hanno alcun contatto con lui per tutta la durata della malattia, specialmente se è socialmente inferiore o uno schiavo. Se si riprende ed è in grado di rialzarsi, si unirà ai suoi compagni. Se muove, lo seppelliscono, ma se è uno schiavo lo lasciano sul posto come cibo per i cani e per gli uccelli”.

Non appena sbarcati dopo un viaggio, i Rus si recavano immediatamente nei pressi di idoli di legno per offrire ai loro dei parte delle mercanzie e ingraziarsi il favore divino nelle trattative per il prezzo della merce. Una volta ottenuto un prezzo di favore al termine delle trattative, i Rus sacrificavano una pecora o un bue di fronte agli idoli, lasciando un’offerta di carne come ringraziamento alle divinità.

Nel caso in cui qualcuno fosse stato sorpreso a sottrarre parte del carico o a rubare da una delle tende dell’accampamento dei Variaghi, la pena era estremamente severa:

“Se catturano un ladro o un bandito, lo portano ad un grande albero e gli legano una corda attorno al collo. Legano la corda all’albero e lo lasciano appeso fino a quando la corda non si rompe per l’esposizione alla pioggia o al vento”.

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Anche se la morte di un uomo di basso rango aveva ben poco peso nella comunità, il decesso di un capo tribù era un evento che prevedeva uno specifico rituale composto dalla preparazione del corpo e del corredo funebre, il sacrificio di animali e schiavi e l’abbondante consumo di alcol. Alcuni elementi riportati da Ibn Fadlan nella sua dettagliata descrizione del funerale vichingo di un comandante non trovano riscontro nella tradizione norrena e non possono essere considerati attendibili al 100%.

“Quando muore un uomo povero costruiscono una piccola barca, collocano il corpo al suo interno e le danno fuoco. Nel caso di un uomo ricco, radunano i suoi averi e li dividono in tre, un terzo alla famiglia, un terzo come corredo funerario e un terzo per comprare alcol da bere nel giorno in cui la sua schiava si suiciderà venendo bruciata insieme al padrone”.

Il rituale sembra essere guidato da una figura chiamata “Angelo della Morte”, una donna anziana probabilmente associata al culto di Freyr, divinità della fertilità spesso associata al culto della morte. Per la descrizione completa della cerimonia, consiglio la lettura di questo documento.

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