Il mito dell’equilibrio della natura

Esiste un’idea molto diffusa sul funzionamento del mondo naturale: gli ecosistemi sono in grado di regolarsi in autonomia perché il loro stato naturale sarebbe quello di equilibrio tra le specie viventi.

Ciò che viene definito “equilibrio della Natura” prevede che ogni alterazione di un ecosistema sia destinata ad essere soppressa perchè la natura stessa, in quanto portatrice di equilibrio, provvederà a riportare la situazione alla normalità.

Questa idea, oltre che non supportata dai dati che gli ecologi hanno raccolto nel corso delle ultime decadi, si basa su presupposti errati, presupposti che talvolta possono rappresentare un ostacolo per la tutela delle risorse ambientali del nostro pianeta. La natura non mai in equilibrio, ma in costante mutamento.

Da dove nasce l’idea di un equilibrio naturale?

Un’idea molto popolare e condivisa sostiene che la natura andrebbe lasciata in pace perché capace di autoregolarsi, e che l’intervento umano sia del tutto inaccettabile e inopportuno in un ecosistema sano. Gli unici a non concordare con l’ipotesi della natura in equilibrio sono gli ecologi.

A partire da Erodoto, il concetto di “equilibrio della natura” ha preso sempre più piede nell’ideale collettivo del mondo naturale e nella gestione delle risorse ambientali.

Erodoto fu probabilmente il primo a descrivere il rapporto tra predatori e prede come un bilanciamento perfetto, sostenendo che i predatori non uccidano mai in eccesso seguendo un equilibrio naturale, cosa che oggi sappiamo non essere vera: donnole, tassi, lupi, orche, volpi, leoni, ragni, gatti e ovviamente esseri umani sono solo alcuni animali che spesso e volentieri uccidono prede in numero superiore alle loro reali esigenze alimentari.

A partire dall’inizio del 1900 iniziarono ad emergere dati e osservazioni in contrasto con l’idea di un equilibrio naturale. Il rapporto tra predatori e prede, ad esempio, viene descritto al meglio da un sistema caotico che si sviluppa all’interno di certi parametri, e non da una sorta di “entità naturale” che cerca di mantenere l’equilibrio a tutti i costi.

Una ricerca pubblicata su Nature nel 2012 ha analizzato la catena alimentare di un ecosistema isolato nel Mar Baltico, scoprendo che “le tecniche matematiche avanzate provano la presenza incontrovertibile del caos in questa catena alimentare…le previsioni a breve termine sono possibili, ma quelle a lungo termine non lo sono”.

La maggior parte degli ecologi del XX secolo non ha mai sottoscritto l’idea di un “equilibrio della natura”. Già nel 1927 Charles Elton, ecologo di Oxford, scriveva nel suo libro Animal Ecology che “l’equilibrio della natura non esiste, e forse non è mai esistito”.

Ma altri ecologi, come Eugene Odum, uno dei padri fondatori dell’ecologia moderna, sostenevano l’idea che ogni ecosistema sarebbe stato in grado di riprendersi, di ritornare ad uno stato di “omeostasi” anche dopo l’introduzione di gravi elementi di squilibrio.

Negli anni ’80 tuttavia Daniel Simberloff pubblicò “A Succession of Paradigms in Ecology: Essentialism to Materialism and Probabilism“, una critica feroce alla visione ecologica di Odum, critica supportata da dati che smembravano l’idea dell’omeostasi naturale. I dati raccolti da Simberloff e da molti altri ricercatori facevano emergere una visione dell’ecologia del tutto opposta a quella di Odum: il mondo naturale è instabile, caotico, in continuo mutamento, con o senza l’intervento umano.

Equilibrio e immutabilità
Evoluzione di Doggerland durante i millenni

Escludiamo per un istante la presenza umana dallo scenario di un pianeta in cui ogni ecosistema è sostanzialmente vergine. Se davvero la natura costituisse un unico, grande sistema in equilibrio, si tratterebbe di un sistema sostanzialmente immutabile una volta raggiunto il suo apice ecologico; ma ogni dato a nostra disposizione ci dice esattamente il contrario.

Il regno naturale è in costante mutamento e ogni ecosistema è perennemente esposto al rischio di squilibrio. Glaciazioni si alternano a intervalli più o meno irregolari, con una durata non predeterminata; deserti prendono il posto delle foreste e delle praterie; ecosistemi marini e terrestri vengono continuamente distrutti o generati dall’innalzamento o l’abbassamento dei mari del pianeta.

Un tempo, l’Antartide era quasi interamente ricoperta da foreste pluviali, ma nell’arco di milioni di anni si è trasformata in un deserto di ghiaccio. Nel Mare del Nord esisteva, oltre 14.000 anni fa, una massa di terra emersa chiamata Doggerland che progressivamente fu inghiottita dal mare e che non ha lasciato traccia evidente della sua esistenza se non sul fondale marino.

Passando ad esempi su scala temporale più breve, i mutamenti della fauna e della flora degli ecosistemi conosciuti, presenti e passati, avvengono con velocità e sotto la spinta di squilibri di risorse, climatici, biologici e di eventi cosmici quasi del tutto imprevedibili.

I dati relativi al Pleistocene raccolti fino ad ora mostrano una rapida estinzione di buona parte della megafauna esistente al tempo, un evento che si verificò in ogni continente ad eccezione dell’Antartide. Anche se alcune di queste estinzioni potrebbero essere attribuibili all’essere umano, altre invece furono certamente causate da un mutamento delle risorse alimentari disponibili, da malattie imprevedibili, da rami evolutivi perdenti e dal clima, elementi che aumentarono le probabilità di sopravvivenza di alcune specie limitando allo stesso tempo quelle di altre.

Dallo squilibrio naturale, quindi, nasce un mutamento, che non può essere considerato assolutamente positivo o negativo, ma deve essere contestualizzato usando ecologia e biologia locali come parametri principali.

Se davvero la natura avesse un equilibrio, o fosse in grado di ripristinare l’equilibrio dopo uno squilibrio, la megafauna non si sarebbe mai estinta ma avrebbe continuato a vivere facendo registrare numeri pressoché costanti per milioni di anni; nulla si sarebbe mai evoluto, nessun disastro naturale si sarebbe mai verificato e la Terra sarebbe diventata una sorta di “palla di vetro cosmica” in cui nulla cambia.

L’ipotesi “Gaia”

Quella che viene definita come “ipotesi di Gaia”, o “principio di Gaia”, è un concetto che prevede che ogni essere vivente interagisca con il resto del pianeta formando un complesso sistema sinergico in grado di auto-regolarsi, in modo tale da preservare la vita sul pianeta Terra.

Il concetto di Gaia (nome derivato dalla personificazione greca della Terra) fu proposto per la prima volta da James Lovelock e Lynn Margulis negli anni ’70 del 1900. Non si tratta di un’idea balzana, nel suo principio: il biota terrestre influenza anche alcuni aspetti del mondo abiotico; animali e piante sono in grado di modificare il clima e l’atmosfera, la disponibilità delle risorse alimentari e avere profonde conseguenze sugli ecosistemi grazie ai loro comportamenti.

Il mito dell'equilibrio della natura

Ciò che diventa più difficile da accettare, in mancanza di prove e, anzi, con dati che supporterebbero un’ipotesi contraria a questa, è che questo sistema raggiunga una fase di omeostasi e riesca a mantenere attivamente un equilibrio costante, riprendendosi dai traumi come un essere senziente.

La microbiologa Lynn Margulis, che si unì a Lovelock nel tentativo di “ripulire” l’ipotesi di Gaia lasciando soltanto concetti scientificamente dimostrati, fu la prima a sostenere che Gaia non era una sorta di super-organismo che tende all’equilibrio, ma una serie di caratteristiche che emergevano dall’interazione degli organismi viventi, definendola una “serie di ecosistemi che interagiscono e che compongono un singolo, enorme ecosistema sulla superficie della Terra”.

Non, quindi, un sistema in costante equilibrio, ma un super-ecosistema caratterizzato dalla continua interazione di ecosistemi locali, in costante mutamento e in perenne fase di squilibrio. Oggi sappiamo inoltre che l’ipotesi di Gaia è incompleta: non è solo la vita che interagisce e cambia il nostro pianeta, ma anche la chimica inorganica.

L’ipotesi di Gaia suscita ancora un certo scetticismo in molti ambienti scientifici: ci sono esempi a supporto dell’idea che alcune forme di vita (discorso a parte merita l’essere umano) contribuiscano allo squilibrio e al deterioramento dell’ecosistema in cui vivono e non agiscano per regolarlo, ma solo per sfruttarlo a discapito di tutte le altre forme di vita che lo circondano.

L’ “ipotesi Medea”, contrapposta a quella di Gaia, si basa proprio su questi organismi dannosi: la vita multicellulare è sostanzialmente un superorganismo suicida, regolato esclusivamente dall’attività monocellulare nel tentativo di riportare il pianeta nel suo stato naturale: un corpo celeste dominato da vita microscopica.

Che si parli di Gaia, di Medea o di teorie scientificamente dimostrabili con più accuratezza e con abbondanza di dati, il nostro pianeta si trova in costante squilibrio e mutamento. Non esiste un “equilibrio della natura”, ma una serie infinita di cambiamenti, estinzioni e rinascite.

Il concetto di “equilibrio della natura” è controproducente per la conservazione?

I moderni sforzi di conservazione degli ecosistemi si basano spesso sull’assunto che la natura, lasciata a se stessa e lontano dalle mani umane, sarebbe in grado di riportare l’armonia, cancellando ogni situazione di squilibrio causata dall’uomo o generata da episodi distruttivi naturali.

Ma come abbiamo visto non è affatto così. L’ipotesi dell’equilibrio della natura prevede che un ecosistema raggiunga l’apice del suo sviluppo ecologico per poi cambiare poco o nulla se lasciato indisturbato; ma sia un ecosistema sano che uno compromesso non sono mai statici, tendono sempre allo squilibrio e al mutamento.

Anche senza l’intervento umano, singoli organismi e intere specie vengono semplicemente spazzati via dalla natura se non sono in grado di sopravvivere nel loro contesto ecologico. La loro scomparsa può costituire un’opportunità per altre specie, oppure può lasciare un vuoto incolmabile che provocherà uno squilibrio più o meno profondo nell’ambiente.

L’approccio moderno alla conservazione sembra essere orientato alla creazione di una sorta di “bolla isolata” in cui consentire la sopravvivenza di alcune specie animali e vegetali. Se questo approccio ha permesso di salvare molte specie, non è detto che in un futuro più o meno remoto avrà risultati positivi.

Immaginate un bosco che, lentamente e lontano dall’intervento umano, si ripopola di piante dopo la devastazione causata da un fenomeno naturale. Le varie nicchie ecologiche disponibili verranno occupate dalle piante più opportuniste, adattabili o aggressive, e non è affatto detto che si tratti di specie autoctone o che porteranno benefici alla foresta.

Un esempio concreto di pianta opportunista dannosa per molti ecosistemi è la panace gigante di Mantegazza (Heracleum mantegazzianum), una pianta giunta in Europa nel XIX secolo e che si sta diffondendo rapidamente nei luoghi incolti. Questa pianta produce decine di migliaia di semi che colonizzano molto velocemente prati e rive di fiumi, sostituendo alcune specie vegetali locali o riducendo il loro spazio vitale.

La panace gigante inoltre mette a serio rischio la biodiversità faunistica: la sua linfa è estremamente tossica se tocca la pelle o gli occhi di un animale (uomo compreso) e causa ustioni dolorosissime e debilitanti. E’ per questo che in Europa e in Nord America sono iniziate da tempo campagne di segnalazione e rimozione di questa pianta per salvaguardare le specie locali.

L’esempio della panace gigante serve a far comprendere che natura ed essere umano possono convivere, anzi, in alcuni casi devono convivere e “guardarsi le spalle” a vicenda. Ma nulla è immutabile in natura, nulla rimane in equilibrio: ci possono essere situazioni di equilibrio temporanee, ma nel lungo periodo sono destinata a cambiare, avvantaggiando alcune specie e sfavorendone altre.

Una visione molto diffusa tra gli ecologi moderni è il “resilience thinking“: ogni ecosistema prevede squilibri e mutamenti, ma alcuni ecosistemi sono più resistenti al cambiamento distruttivo rispetto ad altri. Quando un ambiente naturale ha un elevato grado di biodiversità, risulta generalmente più resistente a squilibri distruttivi.

Il resilience thinking non si limita a dire che “la natura riporterà l’equilibrio”, ma prevede una conoscenza estesa e accurata delle forze ecologiche che agiscono su un ecosistema e cerca di regolarle per favorire la ripresa, il mantenimento o la scomparsa delle specie che vivono in un determinato ambiente.

L’equilibrio della natura non esiste (e non è mai esistito!)
BELIEF IN ‘BALANCE OF NATURE’ HARD TO SHAKE
The myth of a constant and stable environment
Out of kilter
Earth Day Anniversary and the Balance of Nature Myth
The Balance of Nature: Ecology’s Enduring Myth

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