Gladiatrici, combattenti ancora sconosciute

Gladiatrice

Considerate come una sorta di “attrazione esotica” e dalle caratteristiche fondamentalmente sconosciute all’archeologia moderna, le gladiatrici ebbero il loro ruolo nei giochi gladiatori romani, un ruolo non ancora ben definito descritto soltanto in una manciata di resoconti prodotti dall’aristocrazia romana e da un numero molto limitato di iscrizioni.

Le gladiatrici appaiono molto raramente nella Roma antica; quando lo fanno, vengono per lo più descritte come figure esotiche coinvolte in spettacoli particolarmente costosi e sontuosi. Nel 66 d.C. Nerone, per impressionare re Tiridate I di Armenia, organizzò un combattimento tra uomini, donne e bambini etiopi, ma la ricezione di questo genere di spettacoli da parte del pubblico fu controversa.

Parte della società romana accettava le gladiatrici come una nuova espressione del divertimento legato ai giochi gladiatori; altri invece giudicavano le gladiatrici come una totale assurdità e l’espressione della deriva morale dei cittadini romani: Giovenale per esempio accende la fantasia dei suoi lettori alludendo ad una tale Mevia, la cacciatrice di bestie, che uccideva cinghiali nelle arene dell’impero armata di lancia e a seno scoperto; Petronio invece prendeva in giro un arricchito proveniente dagli strati più bassi della società spiegando come la sua pretenziosità si spingesse a tal punto da avere una donna combattente a bordo di uno dei suoi carri impiegati durante i giochi.

Ad oggi non esistono testimonianze archeologiche certe in grado di dimostrare che le gladiatrici si allenassero nei ludi romani (scuole gladiatorie) assieme a combattenti del sesso opposto, ma ci sono alcuni indizi che punterebbero alla presenza di giovani donne in alcuni Collegia Iuvenum, organizzazioni giovanili in cui venivano inviati ragazzi sopra i 14 anni per imparare abilità utili, tra cui le basi del combattimento e della disciplina militare.

Rilievo ad Alicarnasso che rappresenta lo scontro tra due gladiatrici
Rilievo ad Alicarnasso che rappresenta lo scontro tra due gladiatrici

Un’iscrizione rinvenuta a Rieti commemora Valeria, morta all’età di 17 anni e appartenuta ad un collegium non meglio precisato; altre iscrizioni sembrano invece commemorare alcune donne legate ad alcuni collegia presenti in Numidia e a Ficulea. Anche se gli storici moderni ritengono che queste commemorazioni fossero probabilmente indirizzate a servitrici o schiave che risiedevano nei collegia, è possibile che alcune gladiatrici avessero intrapreso lo stesso percorso d’addestramento dei loro compagni maschi.

Roma classificava i partecipanti ai giochi gladiatori (definiti arenarii) come “infames”, persone che avevano perso il loro status sociale e non coperti da alcuni diritti legali: questo avrebbe consentito a tutte le donne di basso rango, non cittadine o schiave di partecipare ai combattimenti nelle arene disseminate per l’impero, dato che non esisteva alcun divieto riguardante il sesso dei combattenti.

Un’iscrizione scoperta a Ostia Antica e risalente al II secolo d.C. sembrerebbe riferirsi a “donne con la spada”, presumibilmente gladiatrici, definite con il termine “mulieres” invece che “feminae” per indicare il loro basso status sociale. Nonostante il loro rango, le gesta di alcune di queste donne venivano spesso raccontate come esempi di coraggio e di capacità marziale: una delle gladiatrici “cacciatrici di bestie” dell’imperatore Tito sembra aver ucciso un leone da sola e a mani nude.

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Ma molti spettacoli che avevano una protagonista femminile venivano interpretati come un’espressione della corruzione morale che dilagava nella Roma dell’epoca. Quando Settimio Severo decise di aprire le tradizionali discipline atletiche greche anche alle donne, la folla espresse tutto il suo disappunto con grida di scherno e canti canzonatori verso le atlete. Domiziano invece organizzava combattimenti tra gladiatrici e nani, un accoppiamento non lusinghiero agli occhi della folla e volto a sconvolgere il pubblico simulando lo scontro tra donne e “surrogati” di bambini.
Giovenale non descrive la gladiatrice Mevia come un esempio di coraggio femminile ma come una sorta di aberrazione dei costumi romani, non dimenticando di sottolineare quanto lontana fosse dall’idea di femminilità dell’autore aggiungendo questo fatto: dopo aver ucciso un cinghiale selvatico, la gladiatrice si accovacciava e urinava pubblicamente senza alcun pudore.

Attualmente non abbiamo a disposizione sepolture di gladiatrici romane. I gladiatori venivano generalmente seppelliti in cimiteri riservati a persone del loro rango, previo pagamento di una sottoscrizione in grado di dar loro diritto ad un posto nel cimitero dei gladiatori. Una sepoltura che potrebbe ospitare una gladiatrice è stata scoperta nel 2001 a Southwark, Londra: fu seppellita fuori dal cimitero con una lucerna che riportava l’immagine di un gladiatore caduto e alcune pigne, il cui fumo veniva tradizionalmente impiegato per purificare le arene. La sua identificazione come gladiatrice è, secondo gli archeologi, “probabile al 70%”.

Did female gladiators exist?
Gladiatrix


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