Amanita muscaria, l’allucinogeno degli sciamani siberiani

L’ ovolo malefico (Amanita muscaria) non è soltanto uno dei funghi velenosi più riconoscibili nelle foreste temperate dell’ emisfero settentrionale, è l’incarnazione stessa dell’idea del fungo velenoso. Questo fungo cosmopolita è noto da millenni per le sue proprietà psicoattive ed è entrato a far parte della cultura popolare di molte regioni del mondo.

La prima traccia letteraria dell’ Amanita muscaria risale al De vegetabilibus di Alberto Magno, testo in cui l’ ovolo malefico viene descritto come efficace insetticida se polverizzato e mescolato con il latte: un componente del fungo sembra infatti attrarre gli insetti, specialmente le mosche.

Sciamana siberiana durante un rituale legato all' Amanita muscaria
Sciamana siberiana durante un rituale legato all’ Amanita muscaria. Il vestito cerimoniale imita la tipica colorazione del cappello del fungo.

Per via dei suoi composti allucinogeni l’ Amanita muscaria ha avuto in passato un vasto impiego cerimoniale e religioso. Nelle regioni occidentali della Siberia, questo fungo era impiegato esclusivamente dagli sciamani per raggiungere lo stato di trance in combinazione con danze e musiche ritmiche; nelle zone orientali, invece, l’ Amanita muscaria era assunta anche dalla gente comune e per scopi ricreativi, di solito bevendo l’ urina di uno sciamano sotto l’effetto del fungo: dopo circa 1 ora dall’ingestione, l’espulsione di urina contribuisce ad eliminare buona parte dei composti tossici non metabolizzati e a mitigare gli effetti collaterali, come la forte sudorazione e le convulsioni.

Sembra che l’ovolo malefico sia stato utilizzato con scopi rituali e ricreativi anche tra i Sami (Finlandia), i Parachi (Afghanistan) e in diverse tribù native americane come gli Ojibwa. E’ inoltre possibile che la bevanda rituale indiana chiamata Soma o Haoma, citata nel Rigveda qualche millennio fa, fosse realizzata impiegando l’ Amanita muscaria come ingrediente principale. Per un elenco delle occorrenze di questo fungo in artefatti del passato, consiglio di leggere questo lungo articolo in inglese sulla storia dell’ ovo malefico e della Soma.

Amanita muscaria var. guessowii
Amanita muscaria var. guessowii

Per quanto l’ Amanita muscaria sia facilmente riconoscibile grazie al suo caratteristico cappello rosso, esistono in realtà almeno tre sottospecie che mostrano un piccolo grado variazione di variabilità nella colorazione: le sottospecie americane, per quanto identiche nell’aspetto a quelle eurasiatiche, possono assumere colorazioni che vanno dal rossastro al giallo chiaro o arancio.

L’ Amanita muscaria ha un rapporto simbiotico con il pino, l’abete, il cedro e la betulla e sfrutta spesso i semi di questi alberi per diffondere le proprie spore. Questo metodo di diffusione ha contribuito in tempi recenti alla colonizzazione dell’emisfero meridionale del pianeta dopo l’introduzione di alberi non nativi; in Nuova Zelanda, Australia e Tasmania il fungo si è adattato così bene da formare una nuova simbiosi, mai vista in passato, con i faggi del genere Nothofagus.

Amanita muscaria

L’ovolo malefico è un fungo di grandi dimensioni che emerge inizialmente dal terreno sotto forma di ovulo biancastro; man mano che si sviluppa, il cappello assume un’intensa colorazione rossa e viene gradualmente ricoperto da verruche bianche o giallastre di forma piramidale, espandendosi verso l’esterno fino a raggiungere una forma di disco quasi piatto negli esemplari più maturi. Il cappello di un ovolo malefico adulto varia da 8 a 20 centimetri di diametro, anche se non sono rari esemplari più grandi.

L’ Amanita muscaria contiene una discreta gamma di sostanze neuroattive come acido ibotenico, muscimolo e muscazone, composti che possono provocare l’insorgenza di quella che viene definita sindrome panterinica: disturbi gastrointestinali, formicolii diffusi, convulsioni, delirio, allucinazioni visive e olfattive, difficoltà a distinguere realtà da fantasia. Queste sostanze non sono distribuite uniformemente nel corpo del fungo, ma tendono a concentrarsi “a macchie” all’interno del cappello.

Una dose di 6 grammi di muscimolo o di 30-60 grammi di acido ibotenico è sufficiente a causare effetti psicoattivi in un adulto. Ogni singolo esemplare di Amanita muscaria contiene sia la dose attiva di muscimolo sia quella di acido ibotenico e la concentrazione di queste sostanze può aumentare anche di 10 volte durante la primavera o l’estate.

La dose letale di Amanita muscaria è stata calcolata a circa 15 funghi adulti. La bollitura in acqua può contribuire a rimuovere parte delle tossine idrosolubili (senza tuttavia eliminarle completamente), mentre l’ essiccazione sembra aumentare la potenza dato che tende a facilitare la trasformazione dell’acibo ibotenico nel più potente muscimolo.

Definire con esattezza una dose letale o psicoattiva non è però semplice: l’ Amanita muscaria è nota per la sua imprevedibilità e gli effetti collaterali possono variare enormemente in base all’individuo che l’assume. I sintomi da avvelenamento appaiono generalmente dopo 30-90 minuti e raggiungono il picco dopo circa tre ore, ma alcuni degli effetti possono durare anche diversi giorni dipendentemente dalla dose ingerita.

L’avvelenamento da Amanita muscaria veniva trattato nell’antichità con l’utilizzo di carbone o carboni attivi entro le 4 ore dall’ingestione, oppure inducendo il vomito a breve distanza dall’assunzione del fungo. Purtroppo non esiste alcun antidoto per le tossine dell’ovolo malefico, ma in tempi moderni è possibile trattare con successo un paziente intossicato e pare che non esista alcuna documentazione medica negli ultimi 100 anni che possa testimoniare con certezza la morte di un essere umano a seguito dell’ingestione di grandi quantità di questo fungo.

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