Mentalità del cacciatore-raccoglitore

Durante la caccia tutti devono fare la loro parte, compresi questi ragazzini Awa di ritorno da una battuta di caccia terminata con successo. Foto di Domenico Pugliese

Ciò che definisco “mentalità del cacciatore-raccoglitore” altro non è che una forma mentis incentrata sulla padronanza del territorio, sulla conoscenza profonda e pratica delle risorse che può offrire, e sulla gestione dello stress psicofisico. Non si tratta di semplice sopravvivenza a breve termine, ma di “convivenza con la natura” sul lungo periodo sfruttando tutto ciò che l’ecosistema mette a disposizione.

Questa mentalità è stata fondamentale per i cacciatori-raccoglitori vissuti millenni fa, come lo è ancora oggi per le popolazioni primitive e semi-primitive che conducono uno stile di vita tradizionale negli angoli più remoti del pianeta. Le nozioni di questi popoli su come procurarsi cibo, acqua e risorse utili alla vita quotidiana sono un bagaglio di inestimabile ricchezza che, in molte circostanze, ha permesso a individui del tutto estranei ad un ecosistema selvaggio di sopravvivere per lunghi periodi di tempo.

Sopravvivere nella natura non è un gioco

sopravvivenza

Se oggigiorno camminare in un bosco corrisponde ad una piacevole e rilassante attività ricreativa, qualche millennio fa (o ancora oggi, nelle regioni più remote del pianeta) la situazione era differente: foreste, brughiere, montagne e paludi erano frequentate da animali di grossa taglia capaci di uccidere un essere umano senza troppo sforzo.

Per quanto orsi, lupi e leoni di montagna rappresentassero una minaccia reale e costante, anche un erbivoro di piccola taglia poteva causare ferite debilitanti, o addirittura mortali, se messo alle strette.

Molti mammiferi, insetti, rettili, pesci o piante erano potenzialmente in grado di uccidere alla minima distrazione e la diffusione della megafauna era estremamente più capillare sul territorio rispetto all’era moderna. Nei millenni passati, ad esempio, enormi mandrie di bisonte europeo e di uro galoppavano sulle distese dell’ Europa orientale senza alcuna paura dell’essere umano.

Tutti questi elementi contribuivano a creare un ecosistema ostile per i nostri antenati, un’ostilità che oggi è quasi totalmente scomparsa nelle regioni più industrializzate, ma che continua ad esistere in aree non ancora raggiunte dalla modernità.

Vivere in un ambiente selvaggio non è un videogame, non si hanno vite da spendere se non quella che già si possiede; ogni singolo gesto non ragionato potrebbe mettere a serio repentaglio la sopravvivenza individuale o quella dell’intera comunità.

La sopravvivenza è una questione di priorità

priorità della sopravvivenza

Chi scrive manuali di sopravvivenza tende (giustamente) a generalizzare una situazione d’emergenza allo scopo di fornire al lettore uno schema di azioni efficace e  facile da ricordare. Da questa generalizzazione è nata, ad esempio, la “regola dei 3”, che recita: in linea di massima, non si può sopravvivere 3 minuti senza aria, 3 giorni senza acqua e 30 giorni senza cibo.

La “regola dei 3” si limita a suggerire una sequenza di priorità non sempre applicabile nella vita reale. In qualunque deserto caldo conosciuto, resistere 3 giorni senz’acqua è quasi impossibile: dopo una sola giornata trascorsa a camminare sotto il sole cocente, la vostra testa pulserà come una grancassa e il vostro corpo inizierà a rifiutarsi di rispondere al vostro volere.

Per un cacciatore-raccoglitore, o chiunque si trovi a sopravvivere per lunghi periodi in un ambiente ostile, è di fondamentale importanza avere delle priorità da seguire, ma è altrettanto fondamentale la capacità di riesaminarle per adattarsi alla situazione contingente.

In linea di massima le priorità sono acqua, cibo, fuoco e riparo, ma non necessariamente in quest’ordine. E’ possibile spendere più di una notte senza fuoco per scaldarvi, ma farlo senza un riparo anche minimo potrebbe farvi perdere preziosissime ore di sonno che si ripercuoteranno sul vostro fisico il mattino seguente; preoccuparsi di cibo e acqua al calare del sole e con un temporale in arrivo farà soltanto perdere tempo prezioso per la costruzione di un riparo che vi possa tenere lontani dal suolo e dalla pioggia per evitare il rischio di ipotermia.

Esperienza e tanti insuccessi

sopravvivenza

L’insuccesso fa parte della vita e ogni cacciatore-raccoglitore che si rispetti sarà costretto a riconoscere di aver totalizzato più fallimenti che successi nell’arco della sua carriera. E’ relativamente facile accendere un fuoco con un trapano ad arco avendo di fianco un istruttore di sopravvivenza, ma il tasso di successo cambia radicalmente quando occorre fare tutto da soli, dalla selezione dei materiali (che in natura si trovano raramente in condizioni ottimali) alla costruzione dell’utensile.

Se vi state avvicinando ad uno stile di vita pre-industriale o state esplorando il panorama delle tecniche di sopravvivenza, sappiate che trascorrerete gran parte del vostro tempo a chiedervi “perché non funziona?” o “perché non riesco?”. Si tratta di domande del tutto naturali e, se può esservi di consolazione, gli istruttori di sopravvivenza più esperti continuano a collezionare qualche fallimento anche dopo decadi di pratica.

La capacità di plasmare la pietra fa parte di un set di conoscenze che ha perso utilità da almeno tre millenni e da cui non dipende la nostra sopravvivenza imminente; prima del rame e del bronzo, invece, si imparava fin da bambini a scheggiare la pietra per ottenere lame, asce e punte di freccia, un’abilità da cui dipendeva strettamente la sopravvivenza di ogni individuo.

Una vita condotta in immersione nella natura è ricca di fallimenti, ma se si ha la caparbietà per perseverare nei propri intenti può anche donare conquiste che in un sol colpo cancellano dalla mente una lunga serie di insuccessi. Spendere ore intere nel tentativo di accendere un fuoco e, finalmente, ottenere una brace regala un senso di soddisfazione quasi indescrivibile.

Stress fisico e psicologico

Insuccessi, caldo, freddo, mancanza di cibo e acqua sono tutti fattori che contribuiscono ad accrescere lo stress fino a livelli difficilmente sopportabili. E’ del tutto normale e fa parte del “gioco”, ma è indispensabile considerare le conseguenze dell’accumulo di stress eccessivo: difficoltà a prendere decisioni, predisposizione ad errori, irascibilità e disinteresse verso azioni fondamentali come procurarsi cibo e acqua possono mettere a dura prova le capacità di sopportazione dell’essere umano.

Occorre poi considerare gli “agenti stressanti”, eventi che generano ulteriore stress e che mettono in allerta corpo e mente. Immaginate di camminare nella foresta e di sentire un grugnito simile a quello di un orso: il vostro corpo e la vostra mente entrano istintivamente in uno stato di “lotta o fuga”, il ritmo respiratorio e cardiaco aumentano e i sensi diventano più acuti in attesa di una potenziale minaccia. Rimanere in allerta per lunghi periodi di tempo fa accumulare quantità di stress difficilmente gestibili da una persona non abituata all’ecosistema in cui si trova.

Anticipare e prevenire

Piante per la sopravvivenza

Anche se la natura può essere considerata una sorta di farmacia a cielo aperto, non esistono piante miracolose o medicamenti naturali in grado di sistemare una gamba rotta in mezza giornata.

Anticipare il pericolo e prevenirlo è quindi di fondamentale importanza per la sopravvivenza, come lo è anticipare la paura e lo stress che una situazione di pericolo può generare. Anticipare la paura non la cancella, ma aiuta a conviverci e a limitare lo stress. Ogni essere umano prova paura ma pochi sono in grado di elaborarla e di canalizzarla in modo proficuo.

Essere realisti è un altro aspetto fondamentale della psicologia di sopravvivenza. Non sottovalutare mai le distanze geografiche e le condizioni ambientali, ma soprattutto non sopravvalutare mai le vostre condizioni e prestazioni fisiche. Eccessivo ottimismo può portare all’avventatezza, mentre un pessimismo dilagante può compromettere la capacità di prendere la decisione giusta.

Conoscenza è potere

sopravvivenza

L’essere umano moderno non è sopravvissuto fino ad oggi grazie alla sua superiorità fisica, alla sua velocità o alle sue straordinarie armi naturali. Intelligenza, esperienza e adattabilità combinati hanno dimostrato più e più volte di poter superare ostacoli apparentemente insormontabili.

Abbattere un mammut a mani nude, anche con l’aiuto di una dozzina di altri folli disposti a rischiare la vita, è un’impresa impossibile; ma conoscendone le abitudini, le debolezze, e imparando a costruire armi in legno e pietra per ridurre il divario fisico tra uomo e animale, un mammut non rappresenta più una preda inavvicinabile.

La sopravvivenza dei nostri antenati, come quella dei popoli cacciatori-raccoglitori di oggi, era basata sulla conoscenza profonda del territorio in cui vivevano. Per riuscire a ricavarsi una nicchia in un ambiente ostile e popolato da pericoli, è necessario conoscere decine (se non centinaia) di piante e le loro proprietà, comprendere le abitudini di predatori e prede, adattarsi e prevedere i capricci del meteo, e riuscire a tramandare le conoscenze apprese alle future generazioni.

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