Seppuku e harakiri: il suicidio rituale giapponese

Seppuku o harakiri

Harakiri e Seppuku (“tagliare il ventre”) sono termini che definiscono una forma di suicidio rituale praticato in Giappone per almeno 800 anni. L’ordine di commettere seppuku, o la volontà di suicidarsi in modo onorevole, potevano giungere a seguito di sconfitte militari, di atti disonorevoli, per un grave errore commesso sul campo di battaglia o per un comportamento non opportuno nei confronti dei propri superiori.

Il suicidio rituale era un gesto relativamente comune in alcuni clan o circoli marziali anche nel caso di decesso naturale o violento del proprio maestro (pratica nota come oibara o tsuifuku), rendendo l’atto di togliersi la vita più che un gesto di espiazione, ma un rituale per dimostrare l’estrema venerazione nutrita nei confronti di una particolare personalità.

In altre circostanze, il rituale del seppuku è stato sfruttato dalle autorità come forma di controllo sociale. Un esempio può essere l’atto di stipulazione di un trattato di pace tra due parti in lotta: costringere al seppuku gli elementi più forti e rispettati di un clan sconfitto avrebbe indebolito ulteriormente il clan stesso, limitando e impedendo sul nascere l’insorgere di nuove ostilità.

Per i giapponesi, l’anima aveva la sua sede nel ventre. Questo giustifica simbolicamente il rituale del seppuku: con un taglio profondo nel ventre, si mostrava la volontà di punire e “pulire” la propria anima dalle colpe commesse, continuando a conservare il proprio onore anche dopo la morte.

Il seppuku fu per secoli il destino scelto dagli sconfitti in battaglia per ottenere una morte senza disonore. Piuttosto che soccombere al nemico, era preferibile uccidersi e non macchiarsi della colpa di venire catturato e fatto prigioniero; piuttosto che vivere con l’onta di una sconfitta, la morte era un’alternativa molto più appetibile che vedersi rinfacciare la propria inettitudine per il resto della vita.

Seppuku o harakiri?

Seppuku e harakiri fanno riferimento allo stesso rituale di suicidio. Il termine seppuku è più formale e utilizzato generalmente nella forma scritta, mentre la parola harakiri (o hara-kiri) è più comune nel linguaggio parlato.

Spesso il termine harakiri si riferisce (impropriamente) ad una forma non troppo ritualizzata di suicidio, codificata in svariate forme che variavano da clan a clan fino al XVII secolo; con la seppuku invece si fa riferimento alla complessa ritualità del cerimoniale codificato durante il periodo Edo.

Il rituale del seppuku
Ricostruzione di un seppuku in una foto del 1897.
Ricostruzione di un seppuku in una foto del 1897.

Per eseguire il seppuku, il condannato doveva sedere secondo la posizione tradizionale giapponese, poggiando il corpo sulle ginocchia, glutei sui talloni e punte dei piedi rivolte all’indietro; la posizione serviva ad evitare che il corpo cadesse sulla schiena dopo il decesso in una posizione che l’etichetta considerava poco onorevole.

Se il seppuku veniva svolto all’interno delle mura domestiche o a corte, la lama utilizzata era il tanto, un sottile pugnale indossato solitamente dietro alla schiena; in caso di seppuku sul campo di battaglia, spesso veniva utilizzata la wakizashi (spada compagna), una spada spesso definita come “il guardiano dell’onore”.

Preparazione al seppuku

Prima del rituale domestico previsto dall’etichetta del periodo Edo, il samurai effettuava un bagno, vestiva abiti bianchi (il bianco è il colore del lutto in Giappone) e mangiava il suo ultimo pasto, ciò che più gli era gradito. La consuetudine prevedeva che il samurai componesse un poema prima di dedicarsi al rituale suicida, sedendo di fronte alla sua spada.

All’inizio del rituale, il samurai sedeva di fronte ai testimoni scelti per assistere alla cerimonia; apriva il suo kimono bianco, prendeva il pugnale predisposto per il suicidio rituale afferrandone una porzione di lama avvolta da un panno bianco, e si infliggeva la ferita mortale.

Seppuku o harakiri

Il kaishakunin

Sebbene il gesto del seppuku fosse un atto volontario e individuale, una figura fondamentale era quella del kaishakunin, il “decapitatore”, codificato come figura standard del rituale verso la metà del XVII secolo.

Una volta eseguita l’incisione nell’addome, incisione che andava da sinistra verso destra, il kaishakunin recideva con un colpo netto la colonna vertebrale, avendo però cura che la metà del collo in corrispondenza della trachea rimanesse attaccata al resto del corpo, in modo tale che la testa potesse rimanere in piedi e dare una fine dignitosa al suo proprietario.

Il decapitatore era spesso un amico fidato, oltre che un abile maestro di spada; questo non solo mostra l’importanza del suicidio rituale per un samurai, ma anche il rispetto che (generalmente) il suicida provava nei confronti del kaishakunin prescelto.

Se il colpo netto non avesse reciso correttamente il collo del samurai, il volto avrebbe conservato una smorfia di dolore e la testa sarebbe caduta a terra, rappresentando una morte per nulla onorevole. Un amico fidato e rispettoso, inoltre, non avrebbe mai lasciato soffrire inutilmente il suicida: quando viene perforato o lacerato, l’addome è una delle zone del corpo umano che provoca più dolore.

Sul campo di battaglia, era molto più frequente che il decapitatore non fosse un amico o il proprio secondo, ma il nemico stesso. Nel corso dei secoli non fu affatto raro che il vincitore si offrisse come kaishakunin per un nemico particolarmente coraggioso, concedendo allo sconfitto una morte onorevole.

Il seppuku nella storia giapponese
L'harakiri di Ōishi Kuranosuke Yoshio
L’harakiri di Ōishi Kuranosuke Yoshio
Il suicidio rituale delle origini

Il complesso rituale del seppuku non è stato codificato e uniformato fino al XVII secolo. Nei periodi precedenti, la figura del kaishakunin non esisteva, il rito era molto più doloroso e sanguinolento e aveva molte varianti.

In assenza di un decapitatore, molti samurai si tagliavano la gola dopo aver inciso il ventre, o si lanciavano in avanti con la spada puntata sul petto: preferivano di gran lunga morire in fretta che soffrire atrocemente e morire nell’arco di svariati minuti per il solo taglio ventrale.

Fu solo con l’inizio del periodo Edo e della relativa pace interna del XVII secolo che si iniziò a codificare precisamente il suicidio rituale aggiungendo una serie di procedure alternative.

La codifica del rituale del seppuku

I samurai più vecchi, ad esempio, eseguivano il seppuku raggiungendo un oggetto simbolico che avrebbe dato il via al kaishakunin; fu previsto, per i samurai più “hardcore” o dalle colpe più gravi, un taglio a croce (jūmonji giri) in assenza di un decapitatore.

Il primo seppuku documentato risale al 1180, periodo in cui i Minamoto, clan con un potenziale accesso al trono imperiale, si scontrò contro i Taira, che reclamava il diritto a imporre un loro candidato imperatore. Minamoto no Yorimasa, generale dei Minamoto, decise di fare seppuku dopo la sconfitta di Uji.

Qualche anno dopo, al termine della battaglia di Dan-no-ura (1185), fu Taira no Tomomori, generale dei Taira ed esperto di battaglie navali, a commettere suicidio accompagnato da molti dei membri del suo clan, ma non seguendo il rituale più comune: si legò un’ ancora ai piedi e saltò in mare, lasciandosi trasportare sul fondale.

I 47 Ronin: seppuku per mantenere l’onore e la legge

Seppuku o harakiri

Un celebre episodio di seppuku, avvenuto all’inizio del XVIII° secolo, è in grado di dimostrare cosa prevedeva il codice del suicidio rituale in caso di disobbedienza. In quello che viene definito “Incidente di Genroku Ako“, 47 samurai, diventati ronin a seguito della morte del proprio padrone (Asano Naganori) per una grave violazione dell’etichetta di corte, vendicarono il decesso del loro daimyo benché lo shogun avesse loro ordinato di non dedicarsi alla vendetta.

La pianificazione della loro vendetta durò ben due anni: si organizzarono in segreto per assediare il castello di Kira Yoshinaka, maestro di protocollo dello shogun e colpevole di aver lanciato l’insulto che forzò la mano di Asano costringendolo, per preservare il suo orgoglio, ad attaccare Kira a mano armata, ferendolo al volto.

Dopo anni di preparativi i 47 ronin, vestiti da pompieri, si infiltrarono nel castello per uccidere Kira Yoshinaka; ne ebbe origine una battaglia che portò all’uccisione del maestro di protocollo, nascosto nella legnaia e non particolarmente intenzionato a commettere seppuku.

L’episodio terminò con i ronin che si consegnano spontaneamente alle autorità, rimettendosi al giudizio dello stesso shogun che aveva loro ordinato di non dedicarsi alla vendetta.

Lo shogun, dopo qualche esitazione dovuta al supporto popolare goduto dai ronin, ordinò loro di commettere seppuku, lasciando in vita solo Kichiemon Terasaka per fare in modo che nessuno dimenticasse la vicenda, i suoi protagonisti e il suo epilogo.

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