Il successo dell’esercito mongolo di Gengis Khan


I Mongoli riuniti sotto il comando di Gengis Khan furono in grado di conquistare buona parte dell’Asia fino a raggiungere le porte d’Europa. Il loro successo non fu esclusivamente legato all’abilità del loro comandante in capo, ma derivò in larga parte dall’organizzazione militare che i nomadi mongoli seppero padroneggiare e sfruttare a loro vantaggio contro avversari di ogni genere.

L’esercito mongolo che portò al successo Gengis Khan era caratterizzato da un’estrema mobilità, una discreta autonomia decisionale dei generali e dalla straordinaria resistenza e attitudine alla guerra dei suoi soldati.

Mobilità

Mobilità esercito mongolo

Ogni soldato mongolo disponeva di 3-4 cavalli ed era suo compito mantenerli in salute e pronti alla battaglia in ogni momento. Cambiare cavallo durante gli spostamenti consentiva ai Mongoli di effettuare traversate lunghissime in tempi da record e senza mai fermarsi.

Durante l’invasione dell’ Ungheria, i cavalieri mongoli furono in grado di coprire 160 chilometri di terreno accidentato in un solo giorno; anche se i cavalli non utilizzati dovevano comunque percorrere decine o centinaia di chilometri, lo facevano senza alcun carico sul dorso, rimanendo relativamente freschi fino al loro impiego da parte del cavaliere.

I Mongoli effettuavano spesso ricognizioni durante l’inverno, periodo in cui moltissimi popoli antichi preferivano interrompere ogni attività militare a causa delle condizioni impraticabili del territorio. Durante le esplorazioni e lo scouting delle regioni dell’odierna Russia, sfruttavano i fiumi ghiacciati come strade percorribili, abbattendo i tempi di spostamento necessari seguendo le tradizionali rotte invernali.

Disciplina militare e cavalli resistenti
Bökh, la lotta libera mongola
Bökh, la lotta libera mongola

I soldati mongoli erano abilissimi cavalieri, arcieri formidabili e combattevano in piccole unità capaci di coordinarsi tra loro in modo incredibilmente efficace. Tutto questo era reso possibile da un regime d’addestramento al combattimento che iniziava in tenera età e da una certa libertà di gestione delle risorse umane da parte dei comandanti.

Ogni uomo era direttamente responsabile per i suoi cavalli e le sue armi; la fuga di un solo uomo dalla battaglia avrebbe condannato a morte tutta la squadra di 10 uomini a cui apparteneva; i guerrieri erano tenuti alla lealtà suprema nei confronti dei loro superiori, anche se i cambiamenti di schieramento non erano rari e le lotte tra clan e familiari tutt’altro che inusuali.

Ogni gruppo di 10 uomini era composto da sei arcieri a cavallo e 4 cavalieri armati di lancia e dotati di protezioni più robuste per lo scontro corpo a corpo. Ogni cavallo era protetto da corazze lamellari composte da cinque sezioni; i cavalli mongoli erano relativamente piccoli ma estremamente resistenti e adattati alla vita nella steppa. Erano capaci di sopravvivere senza una razione giornaliera di cibo e di percorrere decine di chilometri senza risentire troppo della fatica.

Il cavallo non era solo un mezzo da combattimento ma anche una vera e propria miniera di risorse: forniva latte e carne (in casi estremi), pelle per vestiti, corde di archi e armature, i suoi escrementi erano ottimi per mantenere un fuoco vivo durante la notte e il crine poteva essere impiegato per costruire cordame robusto.

Logistica
Borts, carne essiccata dei nomadi mongoli
Borts, carne essiccata dei nomadi mongoli

Le armate mongole viaggiavano leggere: ogni soldato sapeva come sopravvivere ottenendo dalla terra o dai cavalli tutto ciò che gli serviva. Ogni guerriero viaggiava con ami da pesca e strumenti per la caccia, rendendosi di fatto autonomo nel procacciarsi il cibo. In casi estremi, un soldato mongolo poteva sopravvivere per circa un mese nutrendosi di latte di cavallo e sangue estratto dalle cavalcature non utilizzate che lo seguivano.

Il cibo da viaggio in dotazione ad ogni cavaliere mongolo era il borts, strisce di carne essiccata all’aria spesse 2-3 centimetri e dure come il legno. Una volta tritata in pezzi molto fini, la carne essiccata può preservarsi intatta per mesi, se non per anni.

L’equipaggiamento più pesante veniva trasportato con carovane di carri, specialmente quando si trattava delle decine di migliaia di frecce da usare in battaglia. Il fattore limitante di queste carovane era l’ approvvigionamento di cibo e acqua per gli animali da soma, specialmente nei territori più aridi come in Siria o le grandi pianure ungheresi.

Armi

Arcieri mongoli

L’arma principale dei cavalieri mongoli era l’ arco composito, un mix di legno, corno e tendine capace di prestazioni straordinarie. Ogni arciere mongolo trasportava almeno 2 archi, uno più pesante per l’uso a piedi e l’altro relativamente leggero per l’impiego a dorso di cavallo. La faretra mongola conteneva tipicamente 60 frecce e sia l’arciere che il cavallo ne trasportavano almeno una.

Un arciere mongolo poteva effettuare tiri precisi fino a 150-175 metri, mentre il tiro non mirato poteva raggiungere i 400 metri creando una barriera di frecce temuta da molti eserciti del passato e difficilmente contrastabile. Il tiro da cavallo avveniva generalmente durante il galoppo, nel momento in cui tutte le quattro zampe del cavallo non toccavano il terreno.

Come arma per lo scontro ravvicinato, i Mongoli usavano scimitarre, lance e alabarde. La scimitarra consentiva colpi di taglio letali, ma anche affondi, ed era lunga in totale circa 1 metro.

Una delle innovazioni di Gengis Khan fu l’introduzione massiccia di armi d’assedio, indispensabili per la conquista di città e roccaforti. Le macchine d’assedio non venivano costruite, smontate e trasportate sul luogo dello scontro, come facevano gli Europei, ma costruite direttamente nella località dell’assedio con materiali reperiti sul posto sfruttando le conoscenze di ingegneri reclutati tra i prigionieri di guerra.

Tattica e strategia

Le armate mongole facevano largo uso del kharash, una tattica che prevedeva l’invio in prima linea di prigionieri di guerra. In questo modo i prigionieri subivano tutta la forza dello scontro iniziale o la grandinata di frecce nemica, preservando le preziose vite dei guerrieri mongoli pronti ad un contrattacco feroce e repentino.

I Mongoli davano molta importanza alle ricognizioni del campo di battaglia e dell’accampamento nemico. Spiavano a lungo le regioni da invadere per essere preparati ad ogni sorpresa: prima dell’invasione dell’ Europa orientale, Batu e Subutai inviarono spie quasi 10 anni prima di spingersi in Europa, ottenendo la mappatura delle vie di comunicazione principali e informazioni sulla capacità di resistenza delle varie regioni.

L’esercito mongolo era creativo e adattabile: in diversi casi si spinse a deviare il corso di fiumi per costringere alla resa città virtualmente inespugnabili, o lasciò volutamente fuggire parte della popolazione per fare in modo che venisse accolta da città che intendeva conquistare allo scopo di indebolirne le riserve di cibo e il morale.

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I Mongoli offrivano spesso la possibilità di arrendersi e pagare un tributo per evitare la distruzione totale e il saccheggio. Sapevano perfettamente che le popolazioni sedentarie avevano molto da perdere dalla distruzione di una città e dal saccheggio dei beni preziosi o di prima necessità.

Gli eserciti mongoli erano inoltre maestri dell’inganno: per far credere al nemico di essere in numero superiore, legavano rami e cespugli ai loro cavalli per sollevare polvere in abbondanza, dando l’impressione di essere più numerosi e che si stessero spostando a migliaia verso il fronte.

In caso di necessità, le truppe potevano velocemente essere divise in formazioni da 10, 100, 1000 o 10000 unità, e riunificate altrettanto velocemente. Queste operazioni consentivano di confondere il nemico, di cambiare facilmente manovra offensiva e di fingere la ritirata per poi attaccare in massa o tramite imboscate.

Mongol military tactics and organization


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