La fame e l’inedia

Fame e inedia

Durante i periodo storici in cui il cibo era tutt’altro che facilmente reperibile, la fame era una compagna quasi costante nelle vite dei nostri antenati. Non era raro trascorrere giorni interi senza addentare nulla, specialmente quando la stagione non era favorevole alla caccia o alla raccolta, e il rischio di morire d’ inedia era sempre dietro l’angolo.

Tra le varie ragioni che portarono i nostri antenati ad accumulare cibo in abbondanza c’era sicuramente il terrore della fame. Ogni epoca storica, compresa quella moderna, ha visto una grossa percentuale della popolazione umana soffrire di fame e morire d’inedia per cause spesso legate ad eventi naturali impossibili da controllare. Senza sufficienti scorte di cibo in grado di garantire la sopravvivenza della comunità di fronte a situazioni impreviste, una carestia può velocemente trasformarsi in una catastrofe.

La sensazione di fame è fondamentalmente un segnale d’allarme che avverte il nostro corpo del rischio di malnutrizione. I muscoli dello stomaco iniziano a contrarsi quando i livelli di glucosio si abbassano e possono provocare crampi molto dolorosi dopo periodi di digiuno prolungati. I crampi addominali possono addirittura peggiorare se il digiuno viene interrotto irregolarmente da piccoli pasti e se la fame non viene placata l’organismo entra in uno stato di malnutrizione e inizia ad utilizzare le proprie riserve per ottenere energia.

Il termine inedia definisce un grave deficit di nutrienti prolungato nel tempo e rappresenta la forma più grave di malnutrizione. Ancora oggi, milioni di persone (soprattutto bambini) soffrono di grave forme di inedia dovute ad un apporto calorico insufficiente o fortemente sbilanciato (ad esempio, molti carboidrati e pochissime proteine) di solito legato a condizioni di estrema povertà.

Il meccanismo che porta all’inedia è facile da comprendere: dopo un periodo più o meno lungo in cui il corpo assume meno calorie di quante ne consumi per i suoi normali processi metabolici, il peso può calare anche del 30% rispetto al peso forma. Con un apporto insufficiente di nutrienti, il corpo umano inizia a cannibalizzare se stesso per ottenere l’energia che gli organi vitali richiedono per funzionare correttamente.

Dopo 2-3 giorni di digiuno il corpo esaurisce le sue riserve di glicogeno, iniziando a metabolizzare il grasso corporeo per creare chetoni (composti organici che comprendono l’acetone) che riforniranno il cervello di preziose energie. Più aumenta il periodo di digiuno più il cervello utilizzerà i chetoni per alimentarsi.

Dopo poco tempo il grasso corporeo non è più sufficiente e il corpo inizia a produrre energia a partire dalle proteine, il costituente principale della muscolatura umana. In questa fase, gli 80 grammi di glucosio solitamente necessari per alimentare il cervello scendono a 30 g, 20 dei quali sono ottenuti dai grassi e i rimanenti 10 g sono frutto della degradazione delle proteine (circa 3 grammi di proteine producono 1 grammo di glucosio).

Gli effetti principali dell’inedia sono:

  • Diminuzione del metabolismo a riposo
  • Assottigliamento delle ossa
  • Disturbi del sonno
  • Debolezza
  • Stanchezza e irritabilità
  • Ipotermia
  • Alterazione della sensazione di fame e sete
  • Apatia

Dopo periodi relativamente brevi trascorsi senza ingerire sufficienti quantità di cibo, lo stomaco si riduce di dimensioni alterando il senso della fame, sensazione controllata dalla percentuale di stomaco vuoto. In questa fase non è raro che chi soffre di inedia sia anche disidratato, dato che anche la sensazione di sete si affievolisce.
Il corpo brucia tessuto adiposo e muscolare allo scopo di ottenere l’energia minima per far funzionare correttamente gli organi vitali e il sistema nervoso. La fatica aumenta di giorno in giorno e ogni movimento diventa doloroso per via dell’atrofia muscolare e della disidratazione.

Questo indebolimento generalizzato dell’organismo rende più suscettibili all’attacco di agenti nocivi, come alcune specie di funghi che crescono sotto allo stomaco rendendo la digestione dolorosa. La carenza di vitamine porta spesso a malattie come il beriberi, la pellagra e lo scorbuto, condizioni relativamente diffuse in antichità a causa di regimi alimentari spesso incompleti.

Anche se, in linea di massima, 30 giorni di digiuno causano un affaticamento tale da esporre l’individuo a molti pericolo potenzialmente mortali, non esiste in realtà una vasta letteratura scientifica sull’argomento. Il periodo di sopravvivenza senza cibo può variare enormemente da persona a persona in base allo stato di salute generale e alla quantità di grasso corporeo: in linea di massima possiamo dire che un essere umano muore dopo 8-12 settimane di digiuno totale. Ciò che sappiamo con certezza è che dopo la perdita del 40% del peso corporeo la morte, generalmente causata da un arresto cardiaco, è quasi inevitabile.

Per via del suo decorso lungo e doloroso, la fame è stata utilizzata in passato come forma di pena capitale. Tra i Greci e i Romani, alcuni cittadini benestanti condannati alla pena capitale per tradimento venivano giustiziati attraverso un digiuno forzato; lo stesso accadeva alle Vergini Vestali colpevoli di aver violato il voto di castità imposto dal loro ordine.
Nel 1317, re Birger di Svezia fece imprigionare i suoi due fratelli per un colpo di stato orchestrato qualche anno prima; secondo la tradizione popolare, i prigionieri morirono di inedia qualche settimana perché Birger aveva gettato nel fossato le chiavi della prigione in cui erano segregati i fratelli.

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