La megafauna australiana si estinse per colpa dell’uomo?

Megafauna del Pleistocene

Centinaia di migliaia di anni fa la Terra era popolata da vertebrati giganti, specie animali dalle dimensioni insolitamente grandi se confrontate con i loro stretti parenti ancora in esistenza, e catalogati come “megafauna”. Anche se oggi il termine megafauna è una definizione usata abbastanza genericamente per raggruppare animali più grandi dell’essere umano, nel Pleistocene includeva giganti come il mammut, il diprotodonte australiano (il più grande marsupiale mai esistito, circa 4 metri di lunghezza), i metalupi e il glyptodon, un cugino dell’armadillo lungo oltre 3 metri e pesante 2 tonnellate.

Circa 40.000 anni fa, la megafauna australiana subì un brusco colpo che portò all’ estinzione ogni vertebrato gigante del continente; un team di ricercatori provenienti da sei differenti università sembra aver stabilito il reale colpevole di questa estinzione di massa: non fu il cambiamento climatico a cancellare i giganti del Pleistocene, ma l’essere umano.

La scomparsa della megafauna australiana coincise con un cambiamento drammatico del paesaggio: una volta ricoperta da praterie e foreste pluviali, la maggior parte del territorio australiano si trasformò nell’ outback visibile oggi, e le chiazze di foresta vennero sostituite da boschi di eucalipto e arbusti. Le ragioni di questo cambiamento non sono ancora state definitivamente chiarite, ma c’è chi ipotizza che l’estinzione della megafauna e il cambio della flora australiana siano stati causati da un drammatico cambiamento climatico, e chi sospetta che la responsabilità debba ricadere sugli incendi spontanei che sterminarono animali e piante in alcune aree, lasciando soltanto il paesaggio semi-lunare che in tempi moderni ha reso l’Australia un’ambita meta turistica.

Questo mutamento dell’ecosistema australiano ha analogie con ciò che accadde, bene o male nello stesso periodo, nel resto del mondo: tra i 130.000 e i 40.000 anni fa, la megafauna iniziò inspiegabilmente a sparire dal nostro pianeta. Chris Johnson, a capo del team di ricerca che sostiene di aver scoperto la vera ragione della scomparsa della megafauna australiana, esclude che incendi spontanei e cambiamento climatico possano aver trasformato così profondamente il territorio. La colpa, in realtà, sarebbe dell’essere umano.

Johnson e i suoi colleghi hanno tracciato gli spostamenti della megafauna australiana nel corso dei millenni sfruttando un sistema, ampiamente collaudato, per seguire le gli spostamenti degli erbivori moderni e antichi studiando le spore e i funghi contenuti nelle loro feci.

Cronologia dell'estinzione della fauna del Pleistocene
Cronologia dell’estinzione della fauna del Pleistocene

“Il marsupiale simile ad un wombat e dalle dimensioni di un rinoceronte, chiamato Diprotodonte, i canguri giganti, un goanna (Varanus priscus ) più grosso di un dragone di Komodo, un’oca grossa il doppio di un emù, e molti altri animali, producevano grosse quantità di escrementi, all’interno dei quali prosperavano particolari specie di funghi” spiega Johnson. “Le spore di questi funghi possono preservarsi nei sedimenti di paludi e laghi. Man mano che questi sedimenti si accumulano, creano un resoconto storico sull’abbondanza degli erbivori giganti nell’ecosistema”.

“Il polline e le particelle di carbone” continua Johnson “rimangono intrappolate negli stessi sedimenti, per cui è possibile studiare la storia evolutiva dei grandi erbivori in relazione ai cambiamenti nella vegetazione e agli incendi. A quel punto, si può usare il radiocarbonio per fare una datazione”.

Analizzando principalmente i sedimenti della palude Lynch’s Crater, vecchi di oltre 130.000 anni, Johnson e i suoi colleghi hanno scoperto che circa 40.000 anni fa i mammiferi giganti iniziarono a ridursi di numero, passando da una popolazione numericamente stabile ad una in costante riduzione.

“Questo esclude il cambiamento climatico come causa dell’estinzione, dato che ci sono stati diversi periodi secchi prima dell’estinzione e non hanno avuto effetti sulla popolazione. E quando questi animali si sono estinti, il clima era stabile” sostiene Johnson basandosi sui dati raccolti da polline e funghi.

Diprotodonte
Diprotodonte

“Le estinzioni hanno seguito l’arrivo dei primi esseri umani nella regione, per cui sembra che il colpevole sia l’uomo. Il nostro studio non accusa direttamente l’essere umano per l’estinzione della megafauna, ma la dinamica di estinzione più probabile sembra essere legata alla caccia. Diverse prove circostanziali suggerirebbero che sia questa la spiegazione”.

Il carbone e la cenere analizzati, sottoprodotti di incendi spontanei del Pleistocene, sembrano inoltre sostenere l’ipotesi che il cambiamento degli ecosistemi australiani non sia stato causato dal fuoco. “I nuovi e fondamentali dati vengono dalle spore, e in combinazione con il carbone ed il polline ci raccontano l’intera storia” sostiene John Alroy del Dipartimento di Scienze Biologiche della Macquarie University. “Non c’è modo ragionevole di ribattere alle conclusioni degli autori della ricerca”.

Di parere opposto sembra essere Judith Field della University of New South Wales. Field afferma che il dato comunemente accettato è che, in realtà, il periodo coincidente con la scomparsa della megafauna sia stato molto turbolento dal punto di vista climatico. “Il dato di fatto è che la maggior parte della megafauna si estinse quasi 100.000 anni prima dell’arrivo dell’essere umano, e non c’è prova nei siti archeologici australiani che l’uomo abbia mai cacciato la megafauna”.

Un fatto è certo: l’essere umano è già stato coinvolto in diverse estinzioni di specie animali e vegetali (per non parlare del mondo microscopico), e l’idea che possa aver contribuito in modo massiccio all’estinzione della megafauna australiana non sembra un’ipotesi così assurda.
E’ già capitato con il bisonte americano (Bison bison): prima del 1800 si stima che il continente nordamericano fosse calpestato quotidianamente da 60-70 milioni di bisonti; in meno di un secolo, il numero di bisonti americani si era ridotto a circa 500 unità, raggiungendo il limite dell’estinzione funzionale nel 1900 con 300 esemplari.

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