Bushido e samurai, mito e realtà

Samurai e Bushido

Onestà e giustizia, coraggio, compassione, gentile cortesia, completa sincerità, onore, dovere e lealtà. Sette precetti fondamentali del Bushido (“la via del guerriero”) giapponese codificati in forma scritta circa 3 secoli fa e che sono stati raramente rispettati o messi in pratica nella quotidianità dei samurai, contrariamente a quanto la letteratura di genere presente e passata voglia farci credere.

La prima cosa da sottolineare è che il Bushido “etico” che conosciamo in epoca moderna è un concetto coniato in epoca relativamente recente e in un contesto del tutto estraneo alla guerra. La parola “bushido” è stata utilizzata per la prima volta nel XVII secolo ed divenne di uso comune solo nel 1899 grazie allo scrittore Nitobe Inazo, uno dei principali responsabili dell’immagine poetica e romanzata dei samurai che abbiamo oggi.

Lo shogunato Tokugawa, che contribuì ad una pace interna durata secoli (1603-1868), favorì la nascita di un codice etico di comportamento basato sulle antiche rappresentazioni degli ideali samurai per tenere a bada una schiera infinita di soldati rimasti senza una guerra da combattere (tra il 7% e il 10% della popolazione giapponese dell’epoca). Anche se esistono alcuni esempi di condotta-modello per un samurai fin da prima del periodo Sengoku (XV secolo), si trattava principalmente di principi legati al rispetto e all’obbedienza assoluti verso i propri superiori; fu solo sotto i Tokugawa che si diffuse su larga scala l’idea di “guerriero gentile”, colto e rispettoso delle tradizioni marziali del passato.

Le prime versioni di un codice di condotta samurai sono frutto di storie basate su avvenimenti reali ma raccontate dagli occhi dei vincitori, come lo Heike Monogatari (1180 circa) che descrive l’epico scontro tra due clan rivali, i Minamoto e i Taira. I guerrieri di queste “cronache” furono altamente idealizzati e descritti come persone non solo militarmente potenti ma anche colte e dedite alle arti, personaggi-modello riutilizzati qualche secolo dopo per la codifica del Bushido nella sua versione moderna.

La realtà quotidiana del samurai di basso rango era però ben diversa dalla linea di condotta di un guerriero colto e onorevole. In un periodo di pace prolungata e senza la possibilità di partecipare a scontri armati, i samurai senza padrone, senza un titolo nobiliare o senza discreti possedimenti di terra vagavano per il Giappone alla ricerca di un ingaggio come guardie del corpo o assassini, si organizzavano in bande di malviventi o semplicemente trascorrevano le loro giornate ad ingozzarsi di alcolici coi pochi soldi rimasti.

Di seguito riporto qualche aspetti e comportamenti meno noti dei samurai, alcuni in netto contrasto con il Bushido di epoca Tokugawa, altri invece sottolineano quanto la quotidianità di questi guerrieri fosse molto meno poetica e filosofica di quanto la letteratura e il cinema ci abbiano descritto finora.

I samurai erano essenzialmente pedofili

Nell’immaginario collettivo occidentale riteniamo che, nel momento del “riposo del guerriero”, un samurai si dedicasse ad ammirare la cerimonia del tè o a meditare nella sua stanza affilando la lama della spada e pensando a quanto fosse onorevole morire in battaglia. In realtà, la maggior parte dei samurai ammazzava il tempo in compagnia di ragazzini dodicenni.

Questo tipo di relazione era noto come shudo (“la via del giovane”) e fu in uso per molto tempo, fino al XIX secolo. Lo shudo deriva da una pratica del tutto identica in voga fin dal IX secolo tra monaci e accoliti, chiamata chigo.
Lo shudo e il chigo erano visti come una forma di apprendistato per i giovani, ufficialmente riconosciuto e socialmente accettato, oltre che incoraggiato, tant’è che prima di una battaglia era considerato preferibile fare sesso con un ragazzino o un compagno d’armi che con una donna.

Samurai e apprendista in un dipinto di Miyagawa Issho
Samurai e apprendista, Miyagawa Issho

I ragazzini in età wakashu (tra i 5-10 anni e i 18-20 anni) in pieno addestramento militare venivano affiancati da adulti esperti che potevano prendere come amante il loro protetto (con il consenso del ragazzo) fino al raggiungimento dell’età adulta.
Questo genere di rapporto veniva formalizzato come “contratto di fratellanza” ed era una relazione di tipo esclusivo in cui i due partecipanti erano tenuti al rispetto e alla fedeltà assoluta. Sia il samurai esperto che il giovane apprendista traevano onore dalla relazione e si veniva a creare un profondo legame che spesso proseguiva, dopo la fine del periodo wakashu, sotto forma di rapporto d’amicizia fraterna.

 

La fedeltà dei samurai è stata sopravvalutata

Il samurai è sempre stato visto come un guerriero dotato di fedeltà e lealtà incrollabili. Davanti al rischio di essere catturato, il Bushido ordinava di essere uccisi dal nemico o togliersi la vita piuttosto che coprire di vergogna il proprio nome e quello del proprio signore feudale.
Nella vita reale, la maggior parte dei samurai cambiava semplicemente fronte dello scontro nel caso si fosse dovuto arrendere al nemico, come è successo spesso e volentieri sui campi di battaglia di tutto il mondo nel corso della storia antica e moderna.

Durante il periodo Sengoku, uno dei più turbolenti dell’intera storia del Giappone, i potentati locali si scontravano tra loro di continuo ed era molto frequente che un samurai sconfitto cambiasse schieramento per allearsi con il vincente di turno. I tradimenti erano all’ordine del giorno, gli intrighi fuori e dentro le corti erano costanti e spesso impossibili da portare a termine se non con l’aiuto della casta samurai, senza contare le innumerevoli battaglie vinte o perdute per colpa di samurai doppiogiochisti.

Incidente di Honno-ji, il celebre tradimento di Akechi Mitsuhide che costrinse Oda Nobunaga a suicidarsi
Incidente di Honno-ji, il celebre tradimento di Akechi Mitsuhide che costrinse Oda Nobunaga a suicidarsi

Il complesso sistema di doveri e obblighi nei confronti dei superiori, inoltre, non era privo di scappatoie e contraddizioni. La letteratura antica giapponese è piena di dilemmi come “Dovrei essere fedele al mio daimyo, che mi ha addestrato e cresciuto, o allo shogun, suo superiore e quindi meritevole di maggiore fedeltà?”.

I samurai vissuti prima dell’epoca Tokugawa non trascorrevano il loro tempo a discutere di Bushido etico o a valutare la cosa più giusta o saggia da fare. Le azioni disonorevoli, come sterminare un’intera famiglia, uccidere donne e bambini o riscuotere tasse ingiuste con la forza non solo erano richieste frequenti da parte dei loro superiori, ma venivano spesso ricompensate in riso o con un avanzamento di carriera.

 

I samurai hanno smesso di esistere perchè inutili

L’introduzione delle tecnologie belliche occidentali in Giappone cambiò radicalmente lo stile di combattimento tradizionale basato su scontri di arcieri e spadaccini; i samurai tuttavia non svanirono solo per l’arrivo in Giappone della tecnologia delle armi da fuoco, ma per i sempre più prolungati periodi di pace e di unità interna degli ultimi secoli di storia. Cosa fa un guerriero di professione se non c’è una guerra da combattere? Se è costretto a portare a casa la pagnotta, torna a fare il contadino, si improvvisa brigante o si dedica al commercio.

Il periodo della Rinnovamento Meiji (tra il 1866 e il 1869) rappresentò una catastrofe per la casta dei samurai, considerata una vera e propria reliquia di un passato ormai diventato fonte di vergogna per un Giappone che aveva appena compreso la superiorità tecnologica dell’Occidente industrializzato e si stava aprendo commercialmente al mondo.
Ai samurai furono rimossi i privilegi goduti in precedenza e il Giappone iniziò un’opera di modernizzazione del Paese a partire dall’abolizione di molte antiche tradizioni. Messi di fronte alla superiorità militare del resto del mondo, i samurai non avrebbero potuto difendere l’Imperatore da un ipotetico attacco straniero e finirono per assistere allo smembramento totale della loro casta da parte dei governanti che avevano protetto fino al giorno prima.

La battaglia di Ueno fu combattura a Tokyo nel 1868. La sconfitta dei samurai dello shogun segnò l'inizio del Rinnovamento Meiji.
La battaglia di Ueno fu combattura a Tokyo nel 1868. La sconfitta dei samurai dello shogun segnò l’inizio del Rinnovamento Meiji.

I figli dei samurai di alto rango, inoltre, erano il bersaglio perfetto per i missionari cristiani: appartenevano alle classi più influenti della società, dotate di maggior tempo libero per poter ascoltare la parola di Dio. La conversione al cristianesimo dei figli dei samurai fu un vero colpo per la casta: la filosofia cristiana è in netto contrasto con il codice del Bushido antico e moderno e inconciliabile con la vita del samurai.

I samurai adulti furono costretti ad adattarsi: alcuni diventarono guardie del corpo, altri affittarono per denaro la propria capacità di usare la spada o si affiliarono alla Yakuza; altri ancora decisero di vendere la propria “anima”, la spada, per avere qualche soldo utile a reinventarsi come mercanti o contadini.

 

I samurai non erano tutti ricchi

I samurai furono di certo un gruppo decisamente potente nella piramide sociale del Giappone feudale precedente alla Restorazione Meiji, ma si trattava di un insieme di persone molto eterogeneo: c’era chi veniva da una famiglia nobile vicina alle corti imperiali e chi invece possedeva un piccolo fazzoletto di terra all’angolo opposto della capitale. E tra questi c’era anche chi possedeva soltanto una capanna in cui riposava in attesa di essere convocato in battaglia.

Il primo censimento di samurai tenuto in Giappone alla fine del XIX secolo mise in evidenza che la casta dei samurai occupava una fetta pari al 10% della popolazione del tempo, che contava circa 25 milioni di anime.
1,2 milioni di questi guerrieri erano samurai di rango medio-alto, ai quali era consentito possedere una cavalcatura (e potevano permettersela economicamente); i rimanenti erano samurai di basso rango che spesso nemmeno potevano permettersi l’affitto di un cavallo da soma.

 

Samurai stranieri
William Adams
William Adams

Nell’arco della storia giapponese furono diversi gli stranieri che si meritarono il titolo di samurai. Yasuke, di origine africane, giunse in Giappone nel 1579 al servizio di un italiano, Alessandro Valignano; Oda Nobunaga, riconoscendone l’intelligenza e la forza fisica, lo ingaggiò donandogli una katana, una delle sue residenze e garantendogli un salario a vita. Due anni dopo, Nobunaga e Yasuke trovarono la morte nell’ Incidente di Honno-ji, uno dei casi più celebri di tradimento da parte di un samurai.
La casta samurai ha concesso il titolo a un africano, un inglese (William Adams), un olandese (Jan Joosten van Lodensteijn) e centinaia di coreani prigionieri o collaborazionisti durante l’ Invasione della Corea del 1592–98.

 

Onore e compassione…?

La guerra è guerra, anche per i samurai. L’onore e la compassione hanno di solito ben poco spazio sul campo di battaglia, specialmente se il nemico ha ucciso i membri del tuo clan o è stato dipinto come l’incarnazione del male assoluto. In alcuni casi tuttavia la crudeltà in guerra raggiunse livelli estremi o ingiustificabili ma giustificabili in qualche modo dalle mentalità giapponese del tempo, come testimonia la storia di Date Masamune.
Masamune (5 settembre 1567 – 27 giugno 1636) era il primogenito del clan Date e il diretto successore al ruolo di capo-clan, ma dopo aver contratto il vaiolo e aver perso l’occhio destro fu giudicato dalla madre indegno di prendere il posto del padre. Dopo aver acquisito esperienza sui campi di battaglia (e aver accumulato qualche sconfitta), iniziò una campagna di conquista dei territori vicini a quelli del suo clan.
I feudi confinanti decisero quindi di rapire Terumune, padre di Masamune, senza tuttavia valutare con attenzione l’entità della vendetta che avrebbero scatenato. Terumune ordinò al figlio di sterminare tutti i clan rivali, anche se questo gli fosse costata la vita; il figlio eseguì alla lettera l’ordine, uccidendo ogni singolo rapitore per poi procedere a torturare sistematicamente ogni membro delle famiglie dei clan nemici, donne e bambini inclusi.

Samurai teste

Si tratta di un caso isolato di crudeltà? Non esattamente. Quando uno schieramento si aggiudicava la vittoria, gli antichi samurai erano soliti recidere le teste per ottenere ricompense, specialmente se le teste appartenevano a membri nemici di alto rango. Il problema del “conto delle teste” diventò in alcuni casi così grave che alcuni signori feudali vietarono ai propri eserciti di collezionare teste durante la battaglia.

Per non parlare del kiri-sute gomen, letteralmente “autorizzazione a tagliare e abbandonare il corpo della vittima“. In epoca feudale, ogni samurai aveva il diritto di uccidere sul posto chiunque avesse osato infangare il suo onore, a patto che la vittima appartenesse ad una classe sociale inferiore e che l’omicidio fosse commesso subito dopo l’offesa. Per equilibrare lo scontro, chi aveva lanciato l’offesa poteva difendersi usando soltanto la spada corta (wakizashi).

 

I samurai non erano così determinanti in battaglia

Ashigaru

Mai sentito parlare degli ashigaru (“piedi leggeri”)? Erano fanti inizialmente reclutati tra la popolazione civile che componevano le schiere di qualunque esercito giapponese. Il Giappone feudale aveva principalmente tre tipi di guerrieri: samurai, ji-samurai (samurai part-time) e ashigaru: i samurai di basso rango si univano generalmente agli ashigaru non perché fosse poco onorevole, ma perché il numero, l’addestramento e il controllo delle schiere di fanti erano i veri elementi determinanti sul campo di battaglia.

Gli ashigaru erano armati di naginata, yumi e spade e talvolta potevano permettersi armature pesanti con innesti di ferro ed elmi kabuto. Gli ashigaru furono i primi soldati giapponesi ad utilizzare i Tanegashima, archibugi di origine portoghese introdotti in Giappone nel 1543 che rivoluzionarono completamente le battaglie campali tradizionali, ma che in seguito vennero relegati al ruolo di semplici armi da caccia dei samurai per la scarsità di fabbri in grado di manutenerli.

 

Il suicidio rituale era poco pratico o proibito

seppuku e junshi

Intorno alla metà del XVII° secolo iniziò a dilagare tra i samurai una pratica definita junshi: per dimostrare l’estrema lealtà al proprio signore feudale appena defunto, i samurai al suo servizio commettevano seppuku (suicidio rituale) in massa per seguire il daimyo nell’oltretomba.
Quando nel 1651 morì lo shogun Tokugawa Iemitsu, ad esempio, ben 13 dei suoi consiglieri più vicini si tolsero la vita cambiando totalmente l’equilibrio del potere nel Consiglio di corte. Lo stesso capitò alla morte di Date Masamune nel 1636: ben 15 samurai, tra i quali sei vassalli locali, decisero di commettere suicidio. Il risultato di questi e molti altri episodi di junshi costrinsero molti daimyo a rendere illegale la pratica per evitare che i feudi si indebolissero alla morte del signore feudale o che finissero nelle mani sbagliate.

Occorre considerare anche la praticità del suicidio rituale nella realtà di un Paese in piena guerra civile: se tutti i samurai sconfitti durante l’epoca Sengoku fossero stati costretti a suicidarsi, nessun clan o feudo avrebbe potuto sopportare anche soltanto una piccola rivolta contadina. Era molto più pratico e comodo ingaggiare i soldati nemici offrendo loro una paga migliore o semplicemente la loro vita in cambio dell’arruolamento.

 

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