Antiche strategie per la sopravvivenza invernale

Fiume Truckee durante l'inverno

Vivere lungo le rive del Mediterraneo ha indubbi vantaggi: cibo in abbondanza, rotte commerciali marittime sempre a disposizione e una situazione climatica in grado di mitigare il freddo dell’inverno. Ma a latitudini sempre più prossime al Nord, l’essere umano è stato costretto ad escogitare sistemi in grado di proteggerlo dai pericoli invernali.

L’organismo umano, se esposto al gelo, cerca di regolare la temperatura corporea in modo tale che gli organi interni siano sempre in grado di funzionare correttamente. L’ipotermia insorge quando la temperatura interna scende a 35°C o meno: questa circostanza è molto più comune nei Paesi più settentrionali rispetto a quelli che godono di climi più miti, non solo d’inverno ma anche in presenza di vento o forte umidità.

Durante le passate glaciazioni, inoltre, la vasta copertura di ghiaccio che ricopriva buona parte dell’emisfero nord spinse il freddo verso limiti quasi intollerabili, costringendo i nostri antenati a difendersi dal clima rigido sfruttando ogni risorsa a disposizione.

Sopravvivere all’inverno durante i secoli passati richiedeva duro lavoro e una lunga preparazione. Tra le attività di primaria importanza c’erano la conservazione dei prodotti della terra, estivi e autunnali, la raccolta del legname necessario ad alimentare il focolare domestico e la messa all’ingrasso del bestiame, specialmente i maiali.

Pseudo-ibernazione

Sonno

Fino a non molto tempo fa, in Francia e in Russia era usanza dormire svariate ore durante la sezione diurna della giornata. Un documento del 1844 spiega che la maggior parte della gente “spende la giornata a letto, stringendosi l’uno con l’altro per stare caldi e mangiando meno cibo”.

Sulle Alpi era consuetudine dormire con vacche e maiali durante i mesi invernali per sfruttare il calore prodotto dal bestiame, mentre il British Medical Journal riportò agli inizi del 1900 che nella regione russa di Pskov gli abitanti dormivano circa metà giorni dell’anno, alzandosi dal letto solo per mangiare qualche pezzo di pane e badare al focolare.

Dormire nello stesso letto fu una strategia molto comune in tutto il mondo: i bambini dormivano insieme per tenersi al caldo, indossando uno strato aggiuntivo di vestiario adatto a proteggerli dal freddo della notte.

Zuppe e grasso

Timeline e storia del cibo e delle ricette

Durante il Medioevo russo le temperature crollavano così rapidamente col sopraggiungere dell’inverno che era di fatto impossibile lavorare nei campi da fine settembre a inizio febbraio.

I contadini erano in grado di sopravvivere nutrendosi di ciò che avevano raccolto durante i mesi più caldi: granaglie, verdure e frutta erano gli ingredienti più comuni per realizzare zuppe calde, ma venivano impiegati anche formaggi, uova e carne di ogni tipo (se disponibile).

Secondo la teoria umorale, l’umore dominante dell’inverno era il flegma, capace di causare pigrizia e malattie associate al freddo. Il testo del XIV secolo Secretum Secretorum consiglia di consumare fichi, uva, vino rosso e pasti caldi per combattere gli effetti del flegma, e di evitare salassi, lassativi e rapporti sessuali.

Gli alimenti ad elevato contenuto di grasso, grazie al loro apporto energetico, erano l’ideale per i freddi inverni. Il grasso animale, inoltre, poteva essere impiegato come unguento “antigelo”: ricoprendo il corpo di grasso d’orso o d’anatra si respinge l’umidità e si contribuisce a trattenere il calore corporeo.

Diversi tipi di casa
Il wigwam (o wikiup), la capanna dei nativi americani
Il wigwam (o wikiup), la capanna dei nativi americani

Charles Hudson, autore del libro “The Southeastern Indians” (Knoxville: Univ. of Tennessee Press, 1976), sostiene che nonostante le temperature delle Smoky Mountains scendessero sotto lo zero durante l’inverno, i nativi Cherokee indossavano pochi indumenti, ben poco adatti a proteggerli dal gelo.

La loro principale strategia di sopravvivenza durante l’inverno consisteva nella costruzione di residenze estive e case più adatte alla vita invernale, come i wigwam descritti in questo post.

Le case invernali venivano isolate utilizzando corteccia, erba e foglie incastrate in telai di legno resistente alla putrefazione. Nel Massachusetts, ad esempio, i nativi utilizzavano legno di cedro, che impiega da 15 a 20 anni per iniziare a decomporsi se inserito nel terreno, e corteccia estratta dallo stesso albero; in questo modo, la temperatura interna dei wigwam poteva rimanere costantemente sopra i 20 gradi.

Ogni abitazione invernale era dotata di panche ricoperte da stuoie di canne di fiume e pelli animali, e veniva riscaldata da un focolare centrale che distribuiva calore in tutta la struttura.

Il compito di mantenere il fuoco era spesso affidati agli anziani, che generalmente trascorrevano più tempo tra le mura domestiche, ed era un’attività di primaria importanza. “Gli esploratori europei che visitarono queste case invernali si lamentarono del fumo e della scarsa ventilazione, ma queste abitazioni erano in grado di mantenere efficientemente il calore” spiega Hudson. “Una piccola brace manteneva la casa invernale calda come un forno. Sotto i letti si conservavano zucche e altre verdure per proteggerle dal gelo”.

Abbigliamento

Abbigliamento invernale

La fabbricazione di abbigliamento fu uno degli elementi che consentirono l’espansione dell’essere umano verso Nord. Man mano che si spostavano dalle regioni equatoriali, i nostri antenati si trovarono ad affrontare il susseguirsi delle stagioni per la prima volta.

Se in primavera e in estate la natura forniva loro tutto il necessario per sopravvivere, durante l’inverno la disponibilità di cibo calava drasticamente, a tal punto da non consentire ad alcun primate (ad eccezione dell’essere umano) di sopravvivere.

Oltre ad essere forzati ad immagazzinare provviste per la stagione fredda, i nostri antenati furono anche costretti a realizzare indumenti in grado di proteggerli dalle intemperie e dalle basse temperature, specialmente considerando che alcuni dei primi esploratori delle regioni più settentrionali non conoscevano la manipolazione del fuoco.

I primi Sapiens

L’analisi degli antichi insediamenti umani dell’ Età della pietra hanno rivelato una presenza massiccia di ossa appartenute ad animali da pelliccia, come conigli, volpi e visoni. In una cinquantina di siti sono state rinvenute anche ossa di ghiottoni, la cui pelliccia viene ancora oggi utilizzata per realizzare i parka dei popoli artici.

“La pelliccia di ghiottone è la miglior pelliccia naturale per fabbricare i parka” spiega Mark Collard, professore di archeologia all’ Università di Aberdeen. “Fornisce una protezione eccellente contro il vento, ripara bene dalla brina ed è estremamente durevole”.

Gli abiti dei primi Sapiens venivano cuciti utilizzando aghi d’osso e utensili di pietra per raschiare le pelli. L’abbigliamento invernale non solo consentiva di sopravvivere all’inverno, ma anche di rendere più efficiente la caccia: dato che il principale metodo venatorio era l’agguato, un indumento in grado di tenere al caldo si rivelò un oggetto vincente durante i lunghi appostamenti che precedevano l’attacco ad una preda.

Prima dell’età del ferro

Grazie a Ötzi sappiamo come i suoi contemporanei dell’Età del rame si proteggevano dal freddo. L’ abbigliamento di Ötzi è interamente realizzato in pelle, pelliccia e materiale vegetale, materiali cuciti insieme da fibre vegetali o tendini.

La sopravveste di Ötzi lo copriva fino quasi al ginocchio e fu realizzata con pelliccia di capra e di pecora, avendo cura di tenere il pelo rivolto verso l’esterno. I gambali, una sorta di calzoni, sono anch’essi di capra e pecora, con i bordi rinforzati da strisce di pelle; venivano mantenuti in posizione grazie a legacci agganciati alla cintura e una linguetta che li fissava alle calzature.

Le scarpe di Ötzi furono realizzate a strati: la struttura interna era costituita da una rete di fibre di tiglio imbottita con erba secca, per ottenere un discreto isolamento termico. Il rivestimento esterno era in pelle di cervo, mentre la suola fu realizzata con pelliccia rivolta verso l’interno.

Romani

Nell’immaginario collettivo i Romani indossavano sandali e tuniche, un vestiario adatto al clima Mediterraneo ma ben poco efficace nelle regioni periferiche dell’impero. In Gallia o in Gran Bretagna, l’abbigliamento dei Romani era ben differente.

Il primo degli indumenti utilizzati per proteggersi dal freddo era il mantello, che si presentava in due principali varianti: la paenula, un mantello dotato di cappuccio, e il sagum, largo e pesante, capace di trattenere il calore corporeo.

Gli udones (calzini) erano fondamentali per la sopravvivenza nei climi più rigidi e venivano spesso inviati dalle famiglie ai parenti dislocati nelle regioni fredde. I pantaloni, considerati a Roma un indumento barbaro tipicamente indossato da tribù celtiche e germaniche, furono particolarmente apprezzati dai legionari romani in Gallia e in Dacia per la loro capacità di mantenere calde le gambe.

Medioevo

L’abbigliamento invernale di un contadino medievale era semplice: uno strato esterno di lana e indumenti intimi di lino. Lo strato di lino consentiva di tollerare il prurito causato dalla lana a contatto con la pelle e veniva lavato relativamente spesso, contrariamente allo strato esterno.

Il fumo del focolare, grazie alle numerose ore trascorse in casa, permeava gli indumenti di lana, contribuendo a ridurre gli odori molesti della lana non lavata. Se mantenuta con cura, la lana non trattata risulta parzialmente impermeabile, ma finisce inevitabilmente per inzupparsi sotto una pioggia abbondante.

Guanti, mantelli e cappelli di lana erano indumenti abbastanza comuni. Le scarpe erano generalmente prerogativa dei più abbienti, mentre gli stivali di cuoio non erano una rarità. I contadini generalmente non indossavano calzature.

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Fonti per “Antiche strategie per la sopravvivenza invernale”:

Surviving Winter in the Middle Ages
Surviving the Winter: Medieval-Style
How Did People Survive the Winter Hundreds of Years Ago?
L’abbigliamento di Ötzi
Ancient Cherokees found protection from the cold
How humans evolved to live in the cold
Early Europeans unwarmed by fire
How Parka jackets saved early humans from the chilly fate of the Neanderthals

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