Maiali da guerra contro elefanti

Maiali da guerra contro elefanti

Con l’espansione di Greci e Romani verso Oriente, le armate del Mediterraneo iniziarono ad affrontare schieramenti militari talvolta molto differenti da quelli europei. Tra le “macchine da guerra” più temute c’erano gli elefanti, difficili da contrastare seguendo le tattiche belliche tradizionalmente adottate nel Vecchio Continente.

Gli elefanti, inizialmente considerati invincibili, rivelarono ben presto i loro punti deboli sul campo di battaglia; uno di questi era il timore nei confronti di un animale comune e relativamente innocuo come il maiale.

Elefanti da guerra

I primi elefanti da guerra furono addestrati in India almeno dal VI secolo a.C., anche se alcuni indizi lascerebbero supporre un’origine ancora più antica. Intorno al IV-V secolo a.C. gli elefanti già costituivano una parte fondamentale delle armate indiane, composte generalmente da quattro unità distinte: fanteria, cavalleria, carri ed elefanti.

Alcuni sovrani indiani giudicavano gli elefanti da guerra così fondamentali per i loro eserciti da affermare che “un esercito senza elefanti è deplorevole quanto una foresta senza leone, un regno senza un re o il valore senza l’aiuto delle armi“.

Successivamente, l’impiego degli elefanti da guerra raggiunse la Persia. Alessandro il Grande si scontrò con loro per la prima volta nella battaglia di Gaugamela (331 a.C.), e dopo aver ottenuto una delle sue vittorie più celebri decise di incorporare i 15 elefanti nemici all’interno del suo schieramento.

Nella battaglia dell’Idaspe contro il re indiano Poro, Alessandro si trovò ad affrontare da 85 a 100 elefanti da guerra; fu in questa circostanza che i pachidermi iniziarono a mostrare i loro punti deboli. Nonostante gli elefanti di Poro riuscissero a mietere vittime macedoni con relativa semplicità grazie anche agli spuntoni di ferro montati sulle loro zanne, Alessandro cambiò approccio alla battaglia e riuscì a sconfiggere il sovrano indiano.

Considerati i precedenti successi degli elefanti nei conflitti asiatici, anche i regni dell’ Africa settentrionale iniziarono ad acquistare e addestrare elefanti da guerra: la Numidia, i Cartaginesi e il Regno di Kush incorporarono l’elefante nordafricano (Loxodonta africana pharaohensis) nei loro eserciti fino a far estinguere questa specie a causa dell’eccessivo sfruttamento.

Armatura per elefante prodotta in India e custodita alla Oriental Gallery del Royal Armouries National Museum of Arms and Armour di Leeds.
Armatura per elefante prodotta in India e custodita alla Oriental Gallery del Royal Armouries National Museum of Arms and Armour di Leeds.

Diversamente dagli elefanti indiani, quelli nordafricani erano più piccoli, meno propensi all’addestramento e incapaci di attraversare fiumi profondi. Si tentò anche di addestrare gli elefanti africani delle savane (Loxodonta africana oxyotis), ma si dimostrarono ancora più difficili da domare rispetto ai loro cugini nordafricani.

L’introduzione in Europa degli elefanti avvenne principalmente con Pirro, re dell’Epiro tra il 306 e il 300 a.C.. Pirro importò 20 elefanti per attaccare i Romani nella battaglia di Eraclea (280 a.C.). I Romani, impreparati ad affrontare i pachidermi da guerra, furono sconfitti e respinti, ma l’anno successivo si presentarono preparati nella battaglia di Ascoli, armati di carri con punte acuminate e armi incendiarie: per quanto un’ultima carica di elefanti fu in grado di ottenere la vittoria, Pirro subì gravissime perdite.

Colpiti dall’efficacia degli elefanti nel diffondere terrore tra gli schieramenti nemici, e forti dell’esperienza maturata contro di essi durante le Guerre pirriche e quelle con Cartagine, i Romani adottarono in alcune circostanze questi pachidermi.

Nell’invasione della Gran Bretagna, pare che Cesare si servì di un solo elefante, corazzato e predisposti per il trasporto sul dorso di arcieri e frombolieri. La quinta legione di Cesare riuscì inoltre a resistere alla carica di 60 elefanti durante la battaglia di Tapso: i legionari, armati di asce, riuscirono a sconfiggere i pachidermi colpendoli alle gambe e adottando in seguito l’elefante come simbolo della loro unità militare.

Punti di forza e di debolezza degli elefanti da guerra

I punti di forza di un elefante da guerra sono facilmente intuibili: la sua sola massa unita alla velocità di corsa costituisce una forza difficilmente contrastabile dalla fanteria o dalla cavalleria dell’antichità.

La carica di un elefante può raggiungere i 30 km/h ed è pressoché inarrestabile da una linea di lance tradizionalmente impiegata per fermare le cariche di cavalleria. L’impatto con le prime linee non produceva il solo effetto di uccidere o ferire gravemente i soldati nell’avanguardia: il resto dell’esercito, dopo aver osservato gli effetti di una carica di elefanti, spesso si lasciava prendere dal panico e rompeva i ranghi, facilitando il compito di sfondamento.

In alcune regioni del mondo, come nel Sud-Est asiatico, l’elefante risultò così utile in battaglia da rimanere in uso fino alla fine del XIX secolo. Gli elefanti sono in grado di attraversare terreni difficili meglio della cavalleria, anche se sono decisamente più lenti di un uomo a cavallo.

L’utilità degli elefanti non era limitata alla sola forza d’urto: qesti animali venivano sfruttati per trasportare carichi pesanti e provviste. Alcuni regni orientali, come l’impero di Pala o il regno di Akbar il Grande, potevano contare sull’impiego militare o logistico di decine di migliaia di elefanti; il Gran Mogol Jahangir pare avesse a disposizione un totale di 113.000 elefanti, dei quali 12.000 impiegati a scopo militare.

Ma gli elefanti da guerra avevano anche debolezze tali da renderli poco utili o del tutto inutilizzabili in determinate circostanze. Gli elefanti hanno la tendenza a cedere al panico in un campo di battaglia, specialmente dopo aver subito ferite dolorose o in seguito alla morte del loro conducente (mahout).

Maiali contro elefanti. Le Livre et le vraye hystoire du bon roy Alixandre, Francia, 1420.
Maiali contro elefanti. Le Livre et le vraye hystoire du bon roy Alixandre, Francia, 1420.

Un elefante in preda al terrore non ragiona più lucidamente ed è in grado di infliggere pesanti perdite anche al suo stesso schieramento. I Romani compresero molto presto l’indole degli elefanti e la sfruttarono a loro vantaggio: una delle tattiche per contrastarli era quella di recidere la proboscide per terrorizzare l’animale e costringerlo ad una ritirata devastante per il suo stesso esercito.

Gli elefanti sono suscettibili a colpi sui fianchi, altra caratteristica che i Romani impararono a sfruttare impiegando fanti armati di giavellotti, picche e armi incendiarie.

Ma una delle tattiche più efficaci e bizzarre impiegate per contrastare l’avanzata degli elefanti fu l’uso dei “maiali da guerra”.

Il maiale da guerra

Il primo europeo a venire a conoscenza della debolezza degli elefanti per i maiali fu Alessandro Magno: dopo aver sconfitto Poro nella battaglia dell’Idaspe, fu lo stesso sovrano indiano a svelare al condottiero macedone il terrore che i versi di maiale istigavano negli elefanti.

Plinio il Vecchio riporta che “gli elefanti sono spaventati dal più piccolo strillo di maiale”. Secondo Claudio Eliano, che conferma le parole di Plinio, i Romani che affrontarono Pirro nel 275 a.C. utilizzarono maiali e montoni per fermare l’avanzata degli elefanti.

Eliano non solo menziona maiali urlanti nel suo “Sulla natura degli animali“, ma anche l’uso di maiali dati alle fiamme: durante l’assedio di Megara (266 a.C.) gli assediati utilizzarono suini ricoperti di resina di pino e petrolio come “arieti incendiari”, lanciandoli contro lo schieramento di elefanti.

I pachidermi, alla vista dei maiali urlanti e in fiamme che si dirigevano verso di loro, si fecero prendere dal panico e iniziarono a fuggire in modo disordinato calpestando i soldati del loro schieramento.

Il retore e stratega militare macedone Polieno racconta nel suo Stratagemmi che “i maiali grugnirono e strillarono sotto la tortura del fuoco e si lanciarono in avanti verso gli elefanti, che ruppero i loro ranghi in preda alla confusione e alla paura e fuggirono in diverse direzioni”.

L’uso dei maiali da guerra per contrastare l’avanzata degli elefanti e vanificarne l’efficacia in battaglia costrinse gli addestratori ad abituare i pachidermi, fin dalla tenera età, alla presenza di suini.

In tempi recenti Adrienne Mayor, ricercatrice della Stanford University e autrice del libro “Greek Fire, Poison Arrows & Scorpion Bombs: Biological and Chemical Warfare in the Ancient World“, ha suggerito che i maiali incendiari siano stati una prima forma rudimentale di arma chimico-biologica.

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