Il paradosso alimentare degli Inuit

Il paradosso alimentare degli Inuit

L’alimentazione tradizionale dei popoli eschimesi potrebbe sembrare, secondo gli standard moderni, del tutto sbilanciata: si basa principalmente su carne e grassi animali, con l’aggiunta sporadica di bacche, alghe e dei pochi tuberi in grado di crescere nella tundra durante la stagione più calda.

Circa il 50% delle calorie ingerite dagli Inuit proviene da grassi, il 30-35% da proteine di origine animale e il restante 15-20% da carboidrati; nonostante questo forte disequilibrio di nutrienti fondamentali, gli Inuit sono stati considerati in passato uno dei popoli più in salute del pianeta.

E’ possibile vivere senza conseguenze seguendo una dieta di questo tipo? E’ vero che gli Inuit mantengono una salute di ferro seguendo uno stile alimentare del tutto sconsigliato in tempi moderni, ciò che viene definito “il paradosso alimentare Inuit”?

La dieta degli Yup’ik

Il popolo Yup’ik, insieme agli Inupiat (o Inuit), costituisce uno dei due principali gruppi etnici eschimesi. Il loro stile alimentare, sostanzialmente identico a quello Inuit, è uno dei più antichi al mondo e ha radici che affondano nei primi spostamenti degli eschimesi dalla Siberia al Nord America, avvenuti tra 50.000 e 15.000 anni fa.

La cucina Yup’ik si basa principalmente su proteine e grassi animali. In base alla stagione, gli Inuit e gli Yup’ik cacciano principalmente foche, trichechi, mammiferi marini, orsi bruni, alci e renne, arricchendo la loro dieta con grandi quantità di pesce, crostacei, molluschi e uccelli marini.

Gli Yup’ik pescano almeno 6 specie di salmone, un pesce alla base della loro dieta, e cacciano cinque specie differenti di foche, che forniscono non solo cibo ma anche materiale per utensili, pelle per i vestiti tradizionali e olio. Ogni animale terrestre è considerato una potenziale fonte di cibo o di pelle, compresi i porcospini nordamericani, gli scoiattoli, le marmotte e le lontre.

I vegetali, in rapporto a proteine e grassi animali, costituiscono una piccola parte dell’alimentazione eschimese. La tundra non consente la crescita di piante da frutto, costringendo i popoli locali a nutrirsi di radici, bacche o licheni come il Cladonia rangiferina, di cui le renne vanno particolarmente ghiotte.

Inuit durante la caccia alla foca in Alaska (1903-1915). Photographer: Lomen Brothers, Nome, Alaska
Inuit durante la caccia alla foca in Alaska (1903-1915). Photographer: Lomen Brothers, Nome, Alaska

Un alimento molto pregiato per gli Yup’ik è quello che viene definito “anlleq” (“cibo dei topi”), una collezione di radici immagazzinate dalle arvicole prima dell’inverno nei loro rifugi sotterranei.

Gli anziani Inuit e Yup’ik insegnano ai loro giovani come raccogliere queste radici, lasciando sempre sul posto metà del deposito a disposizione del roditore per garantire la sua sopravvivenza.

Nutrienti essenziali, non cibi essenziali

Per comprendere meglio come possano gli eschimesi mantenere questo regime alimentare fortemente sbilanciato a favore di grassi e proteine, e apparentemente privo di carboidrati, vitamine e fibre, occorre analizzare con attenzione il cibo che introducono quotidianamente nel loro organismo.

Occorre innanzitutto effettuare una distinzione tra “cibi essenziali” e “nutrienti essenziali”. Siamo stati abituati a pensare che cereali, verdura e frutta debbano costituire la base di una dieta equilibrata e sana, ma la realtà è più complessa di questa banale generalizzazione.

Non è la natura del cibo (animale o vegetale) che fa la differenza, ma il suo contenuto di nutrienti essenziali. La vitamina C, ad esempio, indispensabile per evitare lo scorbuto, non è prerogativa di frutta acida come limoni e arance, ma è presente anche negli organi interni di alcuni animali, e in quantità sorprendenti.

La quantità di carboidrati presente nella dieta Inuit, invece, è solo in parte ottenuta da alghe, bacche e tuberi: una buona porzione di questi carboidrati si genera durante la fermentazione di proteine animali, o si può ottenere dalla carne cruda dei mammiferi marini.

Il problema della vitamina C

La vitamina C (acido ascorbico) è essenziale per evitare lo scorbuto, una malattia citata fin dal 1.500 a.C. e che causa la compromissione di tessuto connettivo e osseo.

L’essere umano, contrariamente ad altri animali che sintetizzano l’acido ascorbico attraverso il fegato, dipende da sorgenti esterne per rifornirsi di vitamina C: limoni, arance e verdura contribuiscono a mantenere livelli ottimali di vitamine nel nostro organismo.

Per combattere lo scorbuto a bordo delle navi, fin dal XVI secolo si iniziò a trasportare alimenti contenenti vitamina C, come il tè al cedro; ma questa vitamina tende ad ossidarsi col passare del tempo e a degradarsi totalmente con la cottura, aspetti che resero difficile contrastare lo scorbuto fino a tempi relativamente recenti.

Ma come è possibile ottenere questa vitamina in un clima rigido come quello in cui vivono gli Inuit, senza disponibilità di frutta acida e di verdura? Per evitare lo scorbuto occorre una dose giornaliera di circa 30 milligrammi di vitamina C, e la dieta eschimese fornisce una quantità più che sufficiente di vitamina.

Gli organi interni di foche e altri mammiferi marini o terrestri, se consumati crudi, hanno un elevato contenuto di vitamina C: il fegato di renna contiene circa 24 milligrammi di acido ascorbico ogni 100 grammi, mentre il cervello di foca quasi 15 milligrammi.

Muktuk
Muktuk

Il muktuk, un alimento tradizionale costituito da pelle e grasso di balena consumato tradizionalmente crudo, contiene fino a 38 milligrammi di vitamina C ogni 100 grammi, un contenuto quasi equivalente a quello di un’ arancia.

Pochi carboidrati, molti grassi e proteine

La dieta tradizionale Inuit e Yup’ik prevede pochi carboidrati e una quantità enorme di grassi e proteine; apparentemente, questo squilibrio sembra non scatenare particolari effetti nocivi sull’organismo umano.

Il grande quantitativo di grassi è giustificabile da due ragioni: i grassi sono nutrienti altamente energetici e contribuiscono a fornire preziose kilocalorie per lavorare e sopravvivere in un ambiente ostile come la tundra e l’Artico; in secondo luogo, i grassi servono ad evitare di incorrere nella “malattia del caribù” (spiegata in questo post) in una dieta povera di carboidrati e ricca di proteine.

La differenza sostanziale con alcune diete moderne a base di grassi e proteine risiede tuttavia nella qualità dei nutrienti assunti: non tutti i grassi sono uguali, in particolar modo quelli provenienti da animali d’allevamento e quelli estratti da animali selvatici.

I depositi adiposi degli animali d’allevamento generalmente sono ricchi di grassi saturi, notoriamente non proprio salutari. Gli animali che vivono allo stato brado, invece, hanno meno grassi saturi e quantità superiori di grassi monoinsaturi; in aggiunta, pesci e mammiferi marini contengono grassi acidi omega-3, che contribuiscono a mantenere sano il sistema cardiovascolare.

Il muktuk, ad esempio, oltre a vitamina C e D ha una parte grassa composta al 30% da omega-3, costituendo uno degli alimenti grassi di origine animale meno dannosi dell’intero regno animale.

Gli omega-3, oltre ad apportare qualche piccolo beneficio al sistema cardiovascolare (benefici messi in discussione da ricerche recenti), fungono anche da “aspirina naturale” alleviando alcuni processi infiammatori; non sono tuttavia salutari se assunti in dosi massicce, come ogni altro nutriente.

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Regime alimentare miracoloso?

Anche se è vero che gli eschimesi sono in grado di contrastare lo scorbuto, l’inedia da coniglio e alcuni disturbi (come il diabete) tipici delle civiltà industrializzate attraverso la loro dieta, non è tutto oro quello che luccica.

Negli ultimi 30 anni sono state effettuate ricerche che hanno messo in evidenza come la dieta degli Inuit e degli Yup’ik non sia particolarmente sana, e che il loro stile di vita alimentare non abbia nulla di miracoloso.

Il mito del “paradosso Inuit” ebbe inizio negli anni ’70 del 1900 con il viaggio in Groenlandia di due medici danesi, Hans Olaf Bang e Jorn Dyerberg. Analizzando il numero di ricoveri in ospedale e la mortalità registrata nelle strutture sanitarie groenlandesi, dedussero (erroneamente) che gli eschimesi fossero in ottima salute pur mantenendo una dieta a base di grassi e proteine.

Gli Inuit e gli Yup’ik, contrariamente a quanto sostenuto in passato, soffrono di arteriosclerosi quanto le popolazioni non eschimesi. Fanno registrare inoltre una mortalità superiore per infarto e un’aspettativa di vita di 10 anni inferiore rispetto ai nordamericani non eschimesi.

L’assenza di fonti di calcio nella dieta tende a causare, negli individui di età superiore ai 40 anni, una demineralizzazione delle ossa: si parla di una densità ossea per nulla trascurabile, inferiore del 10-15% rispetto a individui non eschimesi.

Il consumo di carne cruda è invece la ragione alla base di una diffusa parassitosi da Trichinella spiralis, un parassita rilevato nell’intestino del 12% degli anziani Inuit e presente nella carne cruda di foca, tricheco e orso.

Il consumo di enormi quantità di proteine animali, infine, ha un peso sulle funzioni di fegato e reni, organi che devono lavorare in continuazione per espellere le scorie. Inuit e Yup’ik hanno generalmente un fegato più voluminoso di individui non eschimesi per poter processare una quantità in eccesso di proteine animali.

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