Anche gli antichi modificavano il clima ed estinguevano specie

Cambiamento climatico nell'antichità

Molte persone sono portate a ritenere che alcune località della Terra, come la foresta amazzonica, siano luoghi incontaminati, mai toccati o alterati dalla mano umana.

E’ facile intuirne le ragioni: ben pochi esseri umani sarebbero in grado di sopravvivere in una foresta pluviale che cela pericoli dietro ogni albero o sotto ogni roccia, o in deserto privo di acqua, cibo o riparo dagli elementi.

La realtà è, come spesso accade, più complicata: la recente scoperta nelle foreste messicane di un’antica città dalle proporzioni colossali edificata dall’impero Purépecha ha costretto a rivalutare sia la velocità con cui la natura può cancellare o nascondere gli interventi dell’uomo sul paesaggio, sia il concetto stesso di “ambiente incontaminato”.

I vantaggi dell’alterazione dell’ecosistema

Moltissimi animali alterano il territorio a loro vantaggio: i castori, ad esempio, realizzano dighe che modificano radicalmente il territorio, così radicalmente da creare ecosistemi che permettono la sopravvivenza di numerose specie grazie al mutamento del clima locale.

Su scala più piccola, formiche e termiti sono note per edificare strutture imponenti realizzate con ogni materiale a loro disponibile e senza troppi riguardi per la conservazione ambientale o la salvaguardia delle specie animali o vegetali. Le strutture da loro costruite sono note per avere un microclima interno favorevole alla sopravvivenza di questi insetti e alla conservazione del cibo di cui si nutrono.

L’essere umano fa lo stesso di castori e termiti: modifica il proprio ambiente per trarre vantaggio dalle risorse che offre l’ecosistema.

“E’ semplicemente ciò che ci rende umani” spiega Hans K. Stenøien, professore di biologia alla Norwegian University of Science and Technology’s University Museum e autore, insieme al collega Reidar Andersen, di un libro in cui spiega il rapporto complesso, e spesso conflittuale, che l’uomo ha con la natura fin da tempi preistorici.

La conclusione dei due autori è che l’essere umano tende a prendere e modificare qualunque risorsa naturale possa tornare a suo vantaggio proprio perché il vero punto di forza della nostra specie è la capacità di alterare il territorio.

L’uomo ha esercitato questa sua capacità fin dalla notte dei tempi: “Dobbiamo accettare il fatto che questo comportamento ha una spiegazione biologica. C’è una relazione tra il nostro successo come specie e la crisi ambientale che osserviamo oggi”.

Alcune civiltà furono letteralmente distrutte dal cambiamento climatico locale che innescarono con le loro attività agricole o urbane
Alcune civiltà antiche furono letteralmente distrutte dal cambiamento climatico locale alimentato dalle loro attività agricole o urbane, come la cultura di Harappa
Il mito degli indigeni che non modificano l’ecosistema

I cambiamenti climatici causati dall’intervento umano, ad esempio, non sono un fenomeno moderno. Siamo erroneamente portati a pensare che le popolazioni indigene, che tendono a condurre uno stile di vita legato alle antiche tradizioni, abbiano un impatto minore sull’ecosistema rispetto a quelle industrializzate, ma non è affatto vero e lo dimostra con molta efficacia la storia della colonizzazione umana dell’Australia (anche se gli esempi passati sono molti e spesso ben documentati).

Circa 5-10.000 anni dopo l’arrivo dell’essere umano in Australia, tutta la megafauna del continente (animali dal peso superiore ai 45 kg) iniziò ad estinguersi, lasciando il posto ad altre specie.

23 dei 24 marsupiali che popolavano le praterie e le foreste australiane sparirono completamente e con essi una grande quantità di uccelli e rettili. Prati verdi e alberi secolari lasciarono il posto all’ outback; le specie vegetali più resistenti e adattabili trovarono terreno per sopravvivere soltanto nelle zone più umide.

Oggi sappiamo che l’essere umano svolse un ruolo importante in questa estinzione di massa. La scomparsa così massiccia della fauna australiana ebbe conseguenze gravi, se non addirittura catastrofiche, sugli ecosistemi del continente.

I funghi Sporomiella, ad esempio, crescono spontaneamente nelle feci dei grandi animali; quando i primi esseri umani raggiunsero l’Australia bene o male 50.000 anni fa, questi funghi erano ovunque; ma circa 40.000 anni fa erano totalmente spariti dal continente assieme a piante che sopravvivevano in climi umidi, lasciando il posto a specie adattate ai climi secchi e caldi.

“Se fosse stato il cambiamento climatico a causare le estinzioni, ci si aspetterebbe prima un cambiamento della vegetazione, e poi quello della fauna. Ma accadde l’esatto contrario. L’estinzione ebbe luogo prima che il clima iniziasse a cambiare” spiegano gli autori.

Ci sono sicuramente altri elementi che hanno contribuito all’estinzione della megafauna australiana, ma ormai è quasi certo che fu l’uomo l’attore principale di questo evento.

L’estinzione dell’Olocene iniziò con le culture tribali

La megafauna era un tempo presente in ogni continente del pianeta, comprese isole come il Madagascar e la Nuova Zelanda in cui oggi non esiste alcun animale di grossa taglia se non per qualche fortunatissima specie sopravvissuta a ciò che viene definita “estinzione dell’Olocene”.

L’estinzione dell’Olocene è un fenomeno che inizia nel tardo pleistocene ed è strettamente legata all’attività umana. Secondo una ricerca del 2018 pubblicata su Proceedings of the National Academy of Sciences of the United States of America, a partire da circa 11.000 anni fa è scomparso l’83% dei mammiferi selvatici, l’80% di quelli marini, il 50% delle piante e il 15% dei pesci; e l’essere umano è responsabile di moltissime di queste estinzioni.

Se consideriamo che oggi la biomassa dei mammiferi sulla Terra è costituita al 60% da animali d’allevamento, e che il 70% della biomassa costituita da uccelli è rappresentata da specie domestiche, possiamo renderci conto dell’enorme impatto umano sull’ecosistema, un impatto che è iniziato ben prima dell’industrializzazione con le società indigene tradizionali che oggi consideriamo “rispettose della natura”.

Fenomeni come deforestazione e caccia su larga scala non sono affatto moderni, e per dimostrarlo citerò tre esempi.

Deforestazione

In base alla questa ricerca The prehistoric and preindustrial deforestation of Europe, intorno al 300 a.C. le aree potenzialmente utili all’agricoltura in Grecia, l’Algeria e la Tunisia erano sfruttate al 90%, con un misero 10% lasciato “selvatico”. In Europa centrale e occidentale esisteva un tasso di deforestazione tra il 10% e il 60%.

In Italia, il 50% del terreno sfruttabile per scopi agricoli era ricoperto da foreste; il rimanente 50% era già stato ripulito dagli alberi e destinato all’agricoltura. Cipro, già nel 1200 a.C., aveva perso la maggior parte dei suoi alberi a causa della lavorazione del rame.

Un episodio più recente legato alla deforestazione è il taglio degli alberi di tasso durante il XVI secolo. Nel 1562 il governo bavarese implorò il Sacro Romano Impero di interrompere il taglio del tasso, principalmente usato per la realizazione di archi, perchè l’estrazione selettiva stava causando una deforestazione senza precedenti; pare che all’inizio del XVII secolo l’area bavarese non avesse più alberi di tasso maturi adatti al taglio.

Caccia

L’arrivo dell’essere umano nei Caraibi circa 6.000 anni fa rappresentò una vera e propria piaga per la fauna locale: la caccia fece sparire diverse specie di bradipi terrestri e arboricoli. Situazione analoga fu quella delle isole del Pacifico: non appena i primi Sapiens misero piede, a partire da 30.000 anni fa, sulle 70 isole finora sondate da archeologi e paleontologi, innescarono l’estinzione di oltre 2.000 specie di uccelli.

In Madagascar, entro i primi 3-4 secoli dall’arrivo dell’uomo circa 2.500 anni fa, la megafauna era quasi completamente estinta. Animali del peso di 150 kg o superiore sparirono nel corso di qualche decade, portando con loro anche 17 specie di lemuri giganti e decine di specie di uccelli.

L’impatto dell’agricoltura

Anche l’inizio dell’agricoltura ebbe un profondo impatto sul clima. Circa 10.000 anni fa le prime società agricole modificarono il territorio a tal punto da dare inizio ad una serie di cambiamenti ambientali, lenti ma costanti, che contribuirono in larga misura alla modifica degli ecosistemi di Europa, Asia e America.

Ancora oggi, le culture primitive o semi-primitive che praticano lo slash & burn alterano la qualità del suolo e il clima locale per ricavare spazi adatti all’agricoltura e alla caccia in zone poco favorevoli, come aree densamente popolate da alberi.

Il cambiamento climatico e ambientale causato dalle società industrializzate, quindi, non è nulla di nuovo: l’uomo ha sempre tentato di modificare l’ambiente e il clima a suo vantaggio.

La vera differenza con il passato è la portata di questi cambiamenti: organizzazione sociale, istruzione e tecnologia hanno migliorato esponenzialmente il consumo e l’alterazione del territorio, velocizzando processi già in atto da secoli o da millenni.

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