Mongolia: The Last Eagle Hunters

Caccia con l'aquila in Mongolia

Circa 200 anni fa, l’avanzata dell’impero russo fece fuggire diversi gruppi nomadi del Kazakistan oltre i confini della Mongolia, trovando rifugio nella provincia di Bayan Ulgii.

Rifugiati in una terra di estremi, dalle temperature che possono raggiungere i -45°C durante gli inverni più rigidi, e in compagnia dei loro fidati cavalli, i kazaki tentarono di preservare la loro cultura basandosi sulla sola trasmissione orale di usi, costumi e pratiche centenarie.

Con loro portarono anche l’antica tradizione della caccia con l’aquila. I kazaki hanno tre termini distinti per definire chi pratica la falconeria: qusbegi (“signore degli uccelli”) era un titolo riservato ai falconieri alla corte dei khan; sayatshy indicava invece un “professionista della falconeria”; il termine burkitshi, infine, era la definizione per chi praticava la caccia con l’aquila.

Attualmente esistono circa 250 falconieri che cacciano con le aquile nella regione di Bayan-Olgii, tra i Monti Altai. La tradizione prevede di cacciare con i rapaci a dorso di cavallo, attaccando principalmente volpi rosse, marmotte, lepri e conigli selvatici.

Ogni anno, i falconieri celebrano la loro antica arte riunendosi al Festival dell’Aquila, una competizione amichevole basata sulla caccia di volpi e lepri utilizzando aquile reali (Aquila chrysaetos).

L’aquila reale è uno dei rapaci più grandi e possenti: lunga dai 70 ai 120 centimetri, può pesare fino a 7 kg ed è dotata di artigli poderosi e un becco letale per ogni piccolo animale che riescono a catturare. Tradizionalmente vengono utilizzate solo aquile femmine, più grandi e feroci dei maschi.

I falconieri kazaki convivono con le loro aquile per circa 10 anni (la speranza di vita media di un’aquila reale è di circa 30 anni) per poi liberarle una volta terminato il loro “periodo di servizio”.

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