L’ Epopea di Gilgamesh cantata in sumero

Epopea di Gilgamesh cantata

L’ Epopea di Gilgamesh è un ciclo epico di origine sumera, probabilmente il più antico mai redatto e certamente il più antico sopravvissuto fino all’età moderna.

Narra le vicende di Gilgamesh, leggendario re di Uruk, e ha avuto influenze incredibilmente vaste e profonde su tutta la letteratura (anche religiosa) europea e asiatica, tanto che le analogie con tra il testo sumero e determinati riferimenti biblici (come il Diluvio universale e il Giardino dell’ Eden) porterebbero a ritenere che alcuni episodi della Bibbia siano stati copiati e riadattati dall’Epopea di Gilgamesh.

Scritta tra il 2.600 e il 2.500 a.C., esistono ben sei versioni conosciute dell’ Epopea di Gilgamesh: l’edizione principale è quella prodotta per la biblioteca del re Assurbanipal e ora custodita al British Museum di Londra, ma esistono versioni più antiche e meno complete.

La storia narra delle gesta dal re di Uruk, Gilgameš, e del “guerriero primitivo” Enkidu, nato dalle lamentele dei genitori dei giovani di Uruk. Enkidu impedisce la caccia nelle foreste attorno ad Uruk perché si ritiene il protettore degli animali, e Gilgameš cerca di risolvere la situazione inviando la prostituta sacra Samhat per “civilizzare” Enkidu e avvicinarlo al mondo degli uomini.

Quando Enkidu si reca a Uruk per conoscere Gilgameš, il suo incontro con il sovrano culmina in un combattimento in cui il guerriero primitivo ha la meglio, ma riconosce ugualmente il ruolo di regnante di Gilgameš.

Gilgameš, accompagnato da Enkidu, si reca nella Foresta di Cedri per uccidere il guardiano divino Hubaba e conquistare gloria eterna. Riusciti nell’impresa e tornati a Uruk, la dea Istar si innamora di Gilgameš e si offre come sua sposa, ma al rifiuto del sovrano si infuria e chiede al dio An di inviare sulla Terra il Toro Celeste per uccidere Gilgameš, minacciando di aprire i cancelli degli Inferi se la divinità non avesse soddisfatto la sua richiesta.

Il Toro Celeste viene liberato e semina panico e distruzione sulla Terra, ma Gilgameš e Enkidu lo sconfiggono, riportando la pace. Gli dei, dopo la morte di ben due esseri divini (il Toro e Hubaba), decidono di uccidere Enkidu: Gilgameš, disperato per la morte dell’amico e preoccupato per un’imminente fine della sua vita, inizia a vagare per la steppa alla ricerca di Utanapištim, l’unico sopravvissuto al Diluvio Universale e dotato di vita eterna.

Utanapištim spiega a Gilgameš che per lui è impossibile ottenere l’immortalità, ma gli confida il segreto della “pianta della giovinezza”, una pianta magica che consente di tornare giovani. Dopo aver raggiunto la pianta, Gilgameš tenta di riportarla a Uruk per donarla ai suoi sudditi ma un serpente la mangia e il sogno della giovinezza è perduto: il destino degli uomini sarà sempre quello di invecchiare.

Il musicista canadese Peter Pringle ha realizzato una versione cantata dell’inizio dell’ Epopea di Gilgamesh cercando di attenersi a certi parametri storici, come l’utilizzo dello strumento musicale sumero “gish-gu-di” fornito di corde tradizionali in budello e cantando nell’antico linguaggio della prima versione dell’ Epopea, quella sumera risalente al 2100 a.C. circa.

Anche se il sumero è una lingua ormai morta da circa tre millenni, sappiamo che influenzò profondamente il linguaggio Babilonese di origine accadica, la lingua franca del Medio Oriente e conosciuta anche da alcuni popoli di commercianti e navigatori europei, come i Fenici.

La pronuncia di Pringle non è quindi da considerarsi come storicamente esatta, ma è comunque fondata su uno studio dei suoni delle lingue accadiche e delle loro influenze sui linguaggi moderni.

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2 Comments on “L’ Epopea di Gilgamesh cantata in sumero”

  1. non è il più antico poema sumero che conosciamo. Anzi è probabilmente molto posteriore al racconto della discesa agli inferi di Inanna. Comunque, come riferimento per questo tipo di letteratura, consiglio Jean Bottero – Samuel Noah Kramer “Uomini e dei della Mesopotamia”, Einaudi

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