Le conseguenze negative dell’ agricoltura neolitica


La nascita dei primi villaggi stabili nel Neolitico coincide con lo sviluppo delle prime tecniche agricole della storia. L’agricoltura fu la causa primaria di un cambiamento epocale nella civiltà umana, ma con gli indubbi vantaggi della vita stanziale e della produzione in massa di cibo emersero nuovi aspetti, non sempre positivi, nelle società umane.

Le conseguenze demografiche dell’agricoltura

La nascita dell’agricoltura coincide con la presenza di surplus alimentari su vasta scala. Il surplus alimentare è un fattore che favorisce la natalità: cibo in abbondanza non causa preoccupazioni su come sfamare la prole e contribuisce a mantenere in salute coppie che in futuro diventeranno genitori; la sedentarietà consentì alle madri del Neolitico di crescere un maggior numero di figli che, una volta raggiunta l’età adatta, diventano risorse utili per il lavoro nei campi e il mantenimento della famiglia.

In quasi 4.000 anni (8.000 a.C. – 4.000 a.C.) la popolazione mediorientale registrò un boom di nascite: si passò da circa 100.000 abitanti a oltre 3 milioni, un aumento ancora più sorprendente se si considera il tasso di mortalità alla nascita e la speranza di vita media del periodo.

Ma la rivoluzione agricola del Neolitico non fece crescere la popolazione mondiale in modo costante e repentino: occorre attendere almeno 3.000 anni prima di vedere un reale incremento demografico. Perché? Per il semplice fatto che l’agricoltura delle origini causava un mucchio di problemi a medio-lungo termine, problemi difficili da prevedere per società che non hanno mai avuto un passato agricolo.

Grafico che mostra l'incremento demografico a partire da 10.000 anni fa.
Grafico che mostra l’incremento demografico a partire da 12.000 anni fa.

Passare dal nomadismo alla sedentarietà comporta il consumo di risorse naturali per favorire le colture produttive: la foresta cede il passo ai campi, il terreno inizia ad impoverirsi e gli animali addomesticati non fanno altro che peggiorare la situazione, distruggendo ciò che resta di ecosistemi un tempo selvaggi ma poco proficui per la sopravvivenza di una comunità sedentaria.

L’agricoltura delle origini era basata su un numero molto limitato di colture e rese la dieta umana qualitativamente più povera rispetto a quella di popoli che ottenevano il loro cibo da qualunque cosa crescesse spontaneamente. Questo provocò carenze nutrizionali che influirono ciclicamente sulla salute degli agricoltori: nei periodi più difficili, carestie e malnutrizione decimavano la popolazione.

L’inizio dell’agricoltura non corrisponde con un aumento dell’aspettativa di vita; al contrario, le analisi sui reperti ossei del Neolitico dimostrerebbero una diminuzione dell’aspettativa di vita, l’insorgere di problemi come malattie degenerative, diabete, obesità (sconosciuta ai cacciatori-raccoglitori), carenze di ferro e problemi alle ossa.

La statura media subì anch’essa una riduzione: da 178 /168 centimetri (uomo / donna) a 165 / 155 centimetri di altezza media. Solo verso la fine del XIX secolo l’essere umano riuscì a riprendersi e a ritornare alla statura osservabile nei periodi precedenti alla rivoluzione agricola del Neolitico.

Agricoltura e diseguaglianza sociale

Agricoltura neolitica e stratificazione sociale

Secondo molti esperti la nascita dell’agricoltura coincide con il rafforzamento di concetti come l’ineguaglianza e la stratificazione sociale. In culture di cacciatori-raccoglitori si è abituati ad accettare il fatto che ogni individuo possieda abilità differenti, ma questo generalmente non causa una pressione sociale tale da creare povertà o diseguaglianza ingiustificata.

L’abilità di generare e controllare il surplus alimentare non fece altro che aumentare l’influenza sociale di alcuni individui a discapito di altri meno fortunati. Il concetto di ricchezza era fondamentalmente sconosciuto ai cacciatori-raccoglitori, o quanto meno interpretato in modo differente dall’idea di ricchezza delle comunità agricole.

Possedere e rendere produttivo un campo di grandi dimensioni richiede manodopera; i braccianti lavoreranno per conto del padrone dell’appezzamento di terra (che lavorerà sempre meno mentre accumula ricchezza dal lavoro degli altri) in cambio di una parte del raccolto, trovandosi involontariamente invischiati in una piramide sociale che coinvolge anche chi produce gli strumenti di lavoro, chi prega per la pioggia o chi protegge il raccolto da potenziali invasori.

In questa piramide, ogni individuo ha un potere contrattuale differente: in località soggette a frequenti incursioni di clan rivali o animali selvaggi, la classe militare viene tenuta in grande considerazione rispetto alla comunità di braccianti; in regioni colpite da fenomeni atmosferici incontrollabili e apparentemente connessi al volere di divinità volubili, i sacerdoti rivestono un ruolo di vitale importanza per domare la volontà distruttiva degli dei.

Il surplus di cibo generò quindi ruoli sociali non produttivi: le caste sacerdotali, ad esempio, non producevano nulla ma vivevano di ciò che gli agricoltori erano in grado di produrre grazie alla loro presunta intercessione con le divinità; la classe politica era anch’essa non produttiva, ma consentiva agli agricoltori di intrattenere scambi commerciali con altre comunità vicine e lontane; la casta militare proteggeva il raccolto e la ricchezza accumulata da contadini e proprietari terrieri, ma in molti casi non svolgeva alcun ruolo nella produzione di cibo.

Agricoltura e insicurezza alimentare

Agricoltura neolitica e insicurezza alimentare

Lo stile di vita dei cacciatori-raccoglitori del Neolitico era senza dubbio complesso e duro, ma rispetto alla sedentarietà era più flessibile ai capricci dell’ecosistema. Molte comunità nomadi facevano affidamento sulla conoscenza di oltre un centinaio di piante commestibili che crescevano seguendo il ritmo stagionale; si adattavano a mangiare ciò che la natura poteva offrire in un determinato periodo dell’anno e avevano a disposizione una vasta gamma di opzioni alimentari.

L’agricoltura invece lega la popolazione a poche specie di colture, spesso molto suscettibili al clima o all’attacco di parassiti proprio a causa della selezione artificiale che hanno attraversato per poter essere trasformate in piante produttive. La monocoltura ha un grosso problema: se una pianta si ammala, è molto probabile che tutte le piante vicine possano subire la stessa sorte.

Quando tutto funziona a dovere, l’agricoltura è capace di produrre enormi surplus alimentari che, se correttamente gestiti, forniscono cibo in abbondanza e per tutto l’anno. Fu proprio questo a contribuire alla crescita demografica delle popolazioni sedentarie qualche millennio dopo la “nascita” dell’agricoltura.

Ma quando subentrano siccità, fenomeno atmosferici violenti, gelo, parassiti, animali selvatici e contaminazione delle risorse alimentari immagazzinate per tempi meno produttivi, l’agricoltura mostra il suo lato più spaventoso. Fame e inedia colpiscono pesantemente la popolazione e chi ha avuto la fortuna di conservare una parte del raccolto si trova in una posizione privilegiata e negli strati più alti della piramide sociale ed economica del suo gruppo sociale.

Le “malattie agricole”

Malattie e epidemie antiche

Come accennato all’inizio del post, una dieta povera basata su poche specie di cereali o tuberi causa scompensi nutrizionali che si traducono in problemi di salute. Le malattie infettive furono invece una conseguenza della stretta convivenza con gli animali addomesticati e della densità abitativa delle prime comunità agricole.

Una società i cui membri vivono a stretto contatto l’uno con l’altro favorisce la diffusione di malattie infettive, anche verso altre comunità. Le pratiche igieniche dei primi insediamenti agricoli non erano di certo come quelle moderne: non esistevano fogne o acqua corrente e i rifiuti affollavano strade fangose che costituivano un terreno di coltura perfetto per parassiti, batteri e virus.

La vicinanza con i primi animali addomesticati, come vacche, pollame, cani e gatti, favorì il salto di specie di alcune malattie sopravvissute fino ad oggi, malattie che i primi agricoltori del Neolitico non erano biologicamente preparati ad affrontare.

Un esempio è lo sterminio delle popolazioni native causato dalle malattie infettive europee durante la conquista delle Americhe: influenza, morbillo e vaiolo erano malattie che gli abitanti del Nuovo Mondo non conoscevano (e per le quali non avevano sviluppato alcuna resistenza) per il semplice fatto che, contrariamente agli Europei, non avevano alle spalle migliaia di anni di selezione naturale spinta dalla convivenza con gli animali domestici.

Agricoltura e problemi di denti

E’ possibile distinguere un cacciatore-raccoglitore da un agricoltore di 12.000 anni fa semplicemente osservando la dentatura. L’analisi dei denti condotta da Ron Pinhasi della School of Archaeology and Earth Institute di Dublino dimostra che “le mandibole dei primi agricoltori di Levante non sono semplicemente versioni ridotte di quelle dei loro predecessori cacciatori-raccoglitori, ma subirono una serie complessa di cambiamenti morfologici durante la transizione verso l’agricoltura”-

“La nostra ricerca mostra che la popolazione cacciatrice-raccoglitrice aveva una perfetta armonia tra la mandibola e la dentatura” sostiene Pinhasi. “Ma questa armonia inizia a ridursi quando si esaminano le mandibole e i denti dei primi agricoltori”.

La dieta dei cacciatori-raccoglitori è basata su cibi duri, come piante non cotte e carne, mentre la base della dieta di un agricoltore è costituita da cereali e legumi cotti, molto più morbidi e che non richiedono grandi sforzi durante la masticazione.

La mandibola quindi tende a ridursi, ma i denti non subiscono lo stesso processo causando sovrapposizioni che erano relativamente rare tra le popolazioni nomadi che vivevano di caccia e di raccolta.

Neolithic Revolution
IMPACT AND CONSEQUENCES OF EARLY AGRICULTURE


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