Il vetro nell’ Antico Egitto


La lavorazione del vetro ebbe origine molto probabilmente in Egitto oltre 5.500 anni fa: le prime creazioni di vetro furono piccole perle decorative modellate a partire dalle scorie vetrificate che si generano come sottoprodotto dalla fusione di metalli come rame e argento. Ma l’utilizzo di materiali vetrificati per realizzare oggetti semi-preziosi risale a tempi ancora più antichi: durante l’ Età della Pietra, vetri naturali come l’ ossidiana (roccia vetrificata per azione vulcanica) o il vetro del deserto libico (sabbia vetrificata a causa di un impatto meteoritico) erano materiali rari considerati particolarmente preziosi, importati da altre regioni del mondo conosciuto per essere impiegati come pietre decorative in monili o oggetti rituali.

Gli egizi furono i primi a produrre artificialmente il vetro. Durante la tarda Età del Bronzo la produzione del vetro subì un rapido progresso tecnologico testimoniato da artefatti come lingotti colorati o vasi di vetro decorati considerati particolarmente preziosi in tutto il Medio Oriente.
La richiesta sempre crescente di artefatti di vetro costrinse molti dei maggiori centri di produzione del Mediterraneo a rendere segrete le procedure di fusione necessarie alla creazione di vetro di qualità: mescolando gli ingredienti di base e determinati pigmenti seguendo formule custodite gelosamente dai vetrai, era possibile ottenere vetro di particolare lucentezza o dalla trasparenza straordinaria.

Per tutta l’ Età del Bronzo il vetro rimase una merce rara e preziosa, un materiale di lusso che potevano permettersi solo poche famiglie ricche che vivevano sul Mediterraneo; con l’inizio dell’ Età del Ferro, tuttavia, la produzione di vetro egizia subì una violenta battuta d’arresto, con una ripresa delle tecniche di produzione avvenuta soltanto durante la dinastia tolemaica (305 a.C. – 30 a.C.).

Perle blu cobalto probabilmente create in Antico Egitto scoperte in tombe danesi risalenti a 3.400 anni fa. A. MIKKELSEN, NATIONAL MUSEUM OF DENMARK
Perle blu cobalto probabilmente create in Antico Egitto scoperte in tombe danesi risalenti a 3.400 anni fa. A. MIKKELSEN, NATIONAL MUSEUM OF DENMARK

Il vetro inizialmente prodotto nell’ Antico Egitto era molto diverso da quello che conosciamo oggi: mancava della lucentezza del vetro moderno, aveva una scarsa trasparenza, ma poteva essere modellato facilmente e colorato in modo permanente, rendendolo un materiale dalla vita virtualmente illimitata al contrario di contenitori fabbricati con materiali più poveri e comuni come legno, zucche o sacche di pelle animale.

Con il trascorrere dei secoli e l’avanzamento delle tecniche di fusione e lavorazione, il vetro egizio divenne un materiale sempre più pregiato: dopo le innovazioni tecnologiche introdotte durante la XVIII dinastia (1543-1292 a.C.). il vetro prodotto dai vetrai egizi raggiunse un grado di trasparenza quasi moderno.

Il problema più grande che i vetrai antichi dovevano affrontare era quello di plasmare una massa incandescente di vetro in modo veloce ed efficiente: la silice pura (più comunemente veniva utilizzata sabbia del deserto) ha un punto di fusione di circa 1.700°C, temperatura che può essere abbassata a circa 1.100°C in presenza di materiali come cenere di fibre vegetali o natron, un sale naturale estratto principalmente dai laghi salati della valle di Wadi El Natrun. Per stabilizzare la massa di vetro ottenuta dalla fusione e renderla più resistente e facilmente modellabile, gli Egizi aggiungevano polvere di calcare o piombo.

La trasparenza del lingotto e del prodotto finale dipendevano dalla quantità di bolle d’aria incluse nel vetro, bolle che potevano essere contenute tritando ripetutamente la mistura di vetro o attraverso l’aggiunta di additivi. Ma i vetrai dell’ Antico Egitto sembravano più interessati al colore che alla trasparenza del vetro: il pigmento più comunemente impiegato per colorare il vetro era il “blu egiziano”, una mistura di silice, calcare e ossido di rame creata durante il III millennio a.C. e il primo pigmento sintetico prodotto nella regione.

Bottiglia in vetro raffigurante una tilapia, un pesce molto comune lungo il Nilo, risalente alla XVIII dinastia (British Museum)
Bottiglia in vetro raffigurante una tilapia, un pesce molto comune lungo il Nilo, risalente alla XVIII dinastia (British Museum)

La fusione degli ingredienti prevedeva diversi passaggi:

  • Tritatura degli ingredienti: la sabbia, la polvere di calcare e il natron venivano mescolati insieme e tritati fino ad ottenere una polvere sottile;
  • La mistura veniva quindi cotta per almeno 24 ore ad una temperatura di circa 800-900°C per amalgamare gli ingredienti e far emergere le impurità più grossolane che danneggerebbero il risultato finale;
  • Le impurità venivano rimosse e il materiale restante nuovamente tritato;
  • La polvere di vetro veniva nuovamente fusa a 1.100°C, versata in stampi per creare lingotti e, dopo essersi raffreddata, ulteriormente tritata e fusa per eliminare la maggior parte delle impurità rimanenti e ridurre la presenza di bolle d’aria.

Il lingotto di vetro ottenuto alla fine del procedimento poteva essere lavorato su una fiamma e plasmato a piacimento. Il vetro poteva tuttavia essere lavorato anche a freddo trattando il materiale come una pietra dura e fragile: dopo aver ottenuto un frammento delle dimensioni desiderate, questo poteva essere tagliato, molato o perforato in base alle necessità, ma il prodotto finale risultava estremamente fragile e soggetto a facili rotture.

I metodi di lavorazione più comuni erano quelli a caldo:

  • Il primo metodo, il più comune per almeno 3.000 anni, prevedeva l’applicazione di una copertura sottile di vetro fuso attorno ad un nucleo cilindrico d’argilla innestato su un palo di legno. Riscaldando il vetro per renderlo più morbido, si faceva rotolare la forma su una superficie piana (come una pietra piatta) fino a rendere uniforme la superficie esterna. La superficie interna, invece, restava poco uniforme e rendeva spesso visibili anche dall’esterno eventuali malformazioni dello stampo a cilindro;
  • Il secondo metodo prevedeva invece una colata di vetro fuso all’interno di uno stampo. Questo metodo non venne utilizzato spesso per via delle problematiche che presenta: impossibilità di creare oggetti cavi (la soffiatura del vetro fu introdotta in Egitto solo intorno al I secolo d.C.) e gamma limitata di oggetti realizzabili tramite questa tecnica.

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Gli egizi avevano a disposizione tutti i materiali necessari per la soffiatura del vetro: ingredienti di partenza, forni in grado di raggiungere adeguate temperature di fusione e tubi di ceramica adatti alla soffiatura. Nonostante le disponibilità tecnologiche, la soffiatura del vetro fu introdotta in Egitto dai territori romani (molto probabilmente dalla Siria) soltanto nel I secolo a.C. e la produzione di massa di oggetti di vetro soffiato ebbe inizio in Egitto solo dopo l’anno zero.

Anche se la soffiatura del vetro fu un’invenzione siriana, l’Egitto contribuì a migliorare la qualità del vetro soffiato: intorno all’anno 100 d.C. i vetrai di Alessandria scoprirono che l’aggiunta di diossido di manganese al vetro, un composto generalmente utilizzato come pigmento nero, poteva creare una trasparenza tale da consentire la produzione di finestre traslucide.

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