Cocoliztli, l’epidemia che sterminò gli Aztechi

epidemia cocoliztli

Dopo l’arrivo dei primi conquistatori spagnoli nell’impero azteco del XVI secolo, il Nuovo Mondo si abituò con relativa velocità alla superiorità tecnologica e tattica degli invasori. Cavalli, acciaio e armi da fuoco furono inizialmente accolti dai nativi con stupore e sgomento, ma ben presto si rivelarono armi estremamente utili per sfuggire all’oppressione straniera, o controproducenti se impiegate dal nemico negli habitat più estremi delle Americhe.

Furono le malattie le vere protagoniste dell’estinzione delle popolazioni americane, non i conquistadores (che certamente fecero la loro parte). Nel volgere di circa 40 anni, la popolazione azteca si ridusse del 90% passando da circa 20 milioni nel 1521 a 2 milioni di individui nel 1576. Un’ epidemia in particolare, la cui origine è rimasta un mistero fino a qualche anno fa, sterminò tra i 5 e i 15 milioni di nativi nel 1545.

I biologi moderni hanno cercato per decadi di determinare il responsabile dell’epidemia che causò il collasso della popolazione azteca. E’ ormai noto da tempo che gli Europei scaricarono nel Nuovo Mondo una pletora di agenti patogeni del tutto sconosciuti nel continente, come il vaiolo e la febbre tifoide; ma nessuna di queste malattie sembra riconducibile alla serie di epidemie che decimò gli Aztechi, una serie di eventi definiti cocoliztli (parola generica usata nella lingua Nahuatl per definire una pestilenza).

Vittime dell'epidemia cocoliztli raffigurate nel Codice Fiorentino di fra' Bernardino de Sahagún
Vittime dell’epidemia cocoliztli raffigurate nel Codice Fiorentino di fra’ Bernardino de Sahagún

L’analisi del genoma prelevato dai denti di 10 vittime dell’epidemia del 1545 (ricerca pubblicata sulla rivista Nature Ecology and Evolution) sembra suggerire che il responsabile della malattia sia stato il batterio Salmonella enterica, che causa i sintomi descritti nei resoconti dell’epoca: febbre, sanguinamento, dissenteria, lingua e urina scure ed eruzioni cutanee rossastre. Ma contrariamente a quanto si possa essere indotti a supporre, il batterio Salmonella enterica non fu un dono indesiderato da parte del Vecchio Continente, ma era già presente nel Nuovo Mondo all’arrivo dei primi esploratori europei.

Kirsten Bos e Johannes Krause, ricercatori del Max Planck Institute for the Science of Human History e autori della ricerca, hanno elaborato una nuova tecnologia (chiamata MALT) che consente di confrontare il genoma danneggiato di virus e batteri con copie di genoma intatto prelevate dalle moderne colture batteriche o virali.

Dopo il prelievo del materiale genetico dai denti di 10 vittime dell’ epidemia del 1545 riportate alla luce durante gli scavi nel sito di Teposcolula-Yucundaa, i ricercatori hanno confrontato i campioni con un database di 6.247 genomi batterici, scoprendo corrispondenze con il batterio Salmonella enterica Paratyphi C.
Questo particolare sierotipo di Salmonella enterica causa sintomi simili alla febbre tifoide (il cui insieme è definito “febbre paratifoide”), sintomi molto simili a quelli descritti per la pestilenza cocoliztli.

Collasso della popolazione messicana nel XVI secolo causato dalle epidemie di cocoliztli
Collasso della popolazione messicana nel XVI secolo causato dalle epidemie di cocoliztli. Wikipedia

La serie di epidemie cocoliztli, celebre in passato sotto il nome di “grande pestilenza”, si verificò in 12 ondate consecutive tra il XVI secolo e il XIX secolo: gli eventi cocoliztli più gravi si sono verificati nel 1520, 1545, 1576, 1736 e 1813. La comparsa periodica del batterio che causò i sintomi della febbre paratifoide nel XVI secolo sembra essere stata la conseguenza di anni di forte siccità: l’epidemia del 1576, che colpì il continente americano dal Venezuela al Canada, si scatenò con il termine di un periodo di estrema aridità che colpì Nord e Sud America.

A mettere in relazione la siccità con l’emergenza ciclica del batterio Salmonella enterica sono piccoli roditori del genere Calomys e la dendrocronologia: con l’arrivo delle piogge dopo un lungo periodo di aridità (fluttuazioni climatiche che rimangono impresse negli accrescimenti annuali, o anelli, dei tronchi degli alberi), i piccoli Calomys subirono un’impennata demografica e favorirono la diffusione della febbre paratifoide che decimò i nativi americani.
Dopo la ripresa dell’economia agricola nei mesi successivi ai periodi di siccità, i roditori trovarono habitat ideali nei campi e nelle case della regione, rilasciando escrementi che probabilmente scatenarono il contagio nella popolazione umana.

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La serie di epidemie cocoliztli più mortale fu il mix di malattie iniziato nel 1519: la popolazione messicana fu inizialmente colpita da un’ epidemia (probabilmente di vaiolo, malattia che entrò in America anche grazie al contributo di Hernán Cortés) che decimò da 5 a 8 milioni di persone in un solo anno. Dopo circa 25 anni una nuova piaga, la Salmonella enterica Paratyphi C, colpì la regione uccidendo da 5 a 15 milioni di individui: se messa a confronto con la Peste Nera europea del 1347-1351, epidemia con una mortalità pari al 50% degli infetti, la cocoliztli del 1545 provocò la dipartita dell’ 80% della popolazione messicana.

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