I nativi americani erano davvero “ambientalisti”?

Nativi americani, ambientalismo e proprietà privata

Foreste incontaminate, acque limpide e praterie sterminate su cui pascolava un’infinità di animali: questo era il paesaggio che i primi esploratori occidentali si trovarono di fronte non appena misero piede nelle Americhe. Tutto lasciava supporre che il continente avesse subito ben pochi interventi umani nel corso degli ultimi millenni, suggerendo che le popolazioni locali vivessero a contatto diretto con l’ambiente e nel pieno rispetto della natura.

La realtà, come spesso accade, è ben diversa: i nativi americani non furono i primi “ambientalisti” della storia e la loro relazione con il mondo naturale è stata per secoli male interpretata. Il problema con questa immagine idilliaca in cui l’essere umano vive in totale immersione e simbiosi con gli elementi è che, per sua stessa natura, l’uomo è portato a combattere o tentare di controllare l’ecosistema a suo vantaggio, e i nativi americani non furono l’eccezione a questa regola.

Al tempo dell’arrivo di Colombo nei Caraibi, nel Nord e Centro America si contavano tra i 50 e i 100 milioni di individui nati e cresciuti nel continente; individui che, come nel resto del mondo, tendevano a formare agglomerati urbani di medie o grandi dimensioni per sfruttare il vantaggio offerto dai numeri. Il fatto che cacciassero con armi di legno, osso e pietra non deve trarre in inganno: la socialità è uno degli elementi fondamentali per la strategia di sopravvivenza dell’ Homo sapiens.

Ricostruzione di Cahokia
Ricostruzione di Cahokia

Tra il 600 a.C. e il 1400 vicino alla moderna città di St. Louis, Missouri, si ergeva Cahokia, una città di oltre 16 km quadrati che includeva circa 120 tumuli di terra utilizzati per attività sociali o scopi rituali. Dall’ anno 1050 la popolazione passò da circa 1.000 unità a circa 40.000 individui nell’arco di circa un secolo e nel XIII secolo il numero degli abitanti era probabilmente superiore a quello di Londra. Città come Cahokia non erano affatto rare: Etzanoa, scoperta nel 2017 in Kansas, era una città composta da oltre 120 case e popolata da almeno 12.000 individui.

Grandi insediamenti urbani comportano grandi responsabilità, come procurare cibo e materiale di prima necessità per tutta la popolazione. Come in molte altre culture semi-primitive del resto del mondo, i nativi americani conoscevano perfettamente la tecnica del “taglia e brucia” (slash & burn), che prevede l’incendio controllato di una porzione di foresta per lasciar spazio a colture più produttive e creare un terreno di caccia più favorevole alle tecniche predatorie umane.

Come spesso accade, controllare un incendio con metodologie primitive è un vero lavoraccio e non era raro che si perdesse il controllo delle fiamme, disboscando enormi aree di foresta che offrivano riparo ad alcune specie di mammiferi, come il cervo e il castoro, che erano già sul percorso dell’estinzione per via della caccia intensiva condotta dai nativi.

Dopo aver coltivato mais e altre colture fino a impoverire il terreno, era molto più comodo spostarsi in nell’area vicina, dar fuoco ad ogni arbusto e albero nella zona e seminare il nuovo appezzamento di terreno. In qualunque area fossero presenti nativi dediti all’agricoltura sono state rilevate numerose tracce di vasti disboscamenti causati da fuochi controllati: grandi gruppi di nativi americani e deforestazione andavano a braccetto.

Head-Smashed-In Buffalo Jump, formazione rocciosa presso Alberta, Canada, sfruttata per millenni dai Piedi neri per la caccia al bufalo.
Head-Smashed-In Buffalo Jump, formazione rocciosa presso Alberta, Canada, sfruttata per millenni dai Piedi neri per la caccia al bufalo.

Quando il bisonte americano (Bison bison) percorreva indisturbato il continente settentrionale formando branchi di milioni di esemplari, i nativi americani non si preoccupavano minimamente di uccidere solo l’indispensabile. Uno dei metodi di caccia più comuni tra i Blackfoot (Piedi neri) era il “salto del bisonte” (buffalo jump): spaventando un’intera mandria e controllandone la direzione della fuga (anche tramite “imbuti naturali” composti da pietre e arbusti) era possibile orientarla verso una rupe, causando la morte di decine o centinaia di animali dei quali solo un numero ristretto veniva effettivamente consumato o lavorato per estrarre pelle, ossa o tendini.
Decine di tonnellate di carne rimanevano inutilizzate sul posto del massacro e lasciate a decomporsi a cielo aperto o agli animali opportunisti.

I piccoli gruppi tribali di nativi non rappresentavano un grande problema per l’ecosistema e le risorse che consumavano erano facilmente e velocemente sostituite dal naturale ciclo riproduttivo di animali e piante locali. Quando tuttavia si formavano vasti insediamenti urbani come Cahokia, l’impoverimento del terreno e la caccia non sostenibile erano elementi che spesso costringevano la popolazione a spostarsi verso aree più fertili e meno colpite dall’attività predatoria umana.

Contrariamente alla nozione comune che i nativi americani non conoscessero la proprietà privata, questo concetto era regolarmente messo in pratica nella maggior parte delle comunità di medie dimensioni ed esistevano veri e propri diritti di sfruttamento di fiumi, laghi o foreste.
Gli appezzamenti di terra coltivata erano spesso proprietà di una famiglia e passati in eredità ai figli, insieme ai diritti di sfruttamento delle risorse presenti sul terreno. Le tribù composte da numerosi nuclei familiari gestivano vasti territori di caccia o pesca con frazioni assegnate ad ogni clan della comunità e sconfinare in territori di caccia sotto una differente “giurisdizione” poteva causare scontri violenti o delicate trattative per risolvere il problema.

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“Sostenere che gli Indiani vivessero senza avere effetti sulla natura è come dire che vivessero senza toccare nulla, che fossero sostanzialmente un popolo senza storia” afferma lo storico Louis S. Warren. “Gli Indiani spesso manipolavano il loro ambiente locale e anche se avevano solitamente un impatto minore sull’ambiente rispetto ai coloni europei, l’idea di preservare la terra in un qualche stato selvatico sarebbe stata poco pratica e assurda ai loro occhi. Gli Indiani modificavano, spesso profondamente, gli ecosistemi che li circondavano”.

Il concetto di “buon selvaggio” da cui ha avuto origine l’immagine ambientalista dei nativi americani è un mito nato intorno al XVIII secolo con la cultura del primitivismo: senza i paletti imposti dalla civilizzazione, la corrente primitivista considerava l’essere umano un animale fondamentalmente buono e pacifico capace di vivere in armonia con il mondo naturale e dotato di un altruismo non riscontrabile nelle società occidentali. Purtroppo, ogni aspetto della vita primitiva suggerisce il contrario: gli scontri con le tribù rivali erano all’ordine del giorno, uccisioni per necessità, per violazioni del territorio o per l’infrazione di tabù culturali/religiosi erano spesso causa di violenza.

Come disse Stanley Kubrick sulla figura del “buon selvaggio”: «L’uomo non è un nobile selvaggio, è piuttosto un ignobile selvaggio. È irrazionale, brutale, debole, sciocco, incapace di essere obiettivo verso qualunque cosa che coinvolga i propri interessi. Questo, riassumendo. Sono interessato alla brutale e violenta natura dell’uomo perché è una sua vera rappresentazione. E ogni tentativo di creare istituzioni sociali su una visione falsa della natura dell’uomo è probabilmente condannato al fallimento.»

Cahokia
Dances With Myths

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