Eneide e propaganda politica sotto Ottaviano Augusto

Eneide e propaganda politica sotto Ottaviano Augusto

La tattica di alludere al passato come ad un tempo di gloria e di valori universalmente condivisibili non è un fenomeno nuovo tipico del mondo moderno: nella Roma di Ottaviano il concetto di “rendere Roma nuovamente grande”, molto simile al recente “make America great again” di Donald J. Trump, fu impiegato con successo per ottenere il consenso dell’opinione pubblica facendo leva sulle emozioni e sulla distorsione della realtà storica.

L’Impero romano ebbe ufficialmente inizio con il principato di Ottaviano Augusto nel 27 a.C., circa 4 secoli prima della suddivisione in pars occidentalis e pars orientalis avvenuta dopo la morte di Teodosio I. Dopo aver sconfitto i suoi rivali politici, Ottaviano si fece “Augusto” dal senato e iniziò a dipingere il nuovo ordine imperiale come la restaurazione della Roma delle origini, tempo in cui valori e ideali erano certamente migliori del mondo corrotto in cui vivevano i Romani del tempo.

Secondo la ricercatrice Elena Giusti della Facoltà di Storia Classica dell’Università di Cambridge, Ottaviano si servì anche della letteratura per diffondere e promuovere una visione distorta e storicamente inaccurata dell’antica gloria di Roma e dei suoi valori. “Il mio interesse nella poesia di Augusto e nella sua tendenza a rimodellare le tradizioni e a relegare i fatti ad una posizione secondaria è stata inspirata dalla mia esperienza come millennial cresciuta nell’Italia di Berlusconi” spiega Giusti. “La mia ricerca si è focalizzata sulla lettura dell’Eneide di Virgilio come una forma di poesia politica mirata a plasmare all’opinione pubblica appellandosi ai sentimenti invece che basandosi sui fatti”.

L’Eneide, scritta da Publio Virgilio Marone tra il 29 a.C. e il 19 a.C., narra dell’eroe troiano Enea e della sua ricerca di un luogo ideale per la fondazione di Roma. Nel Libro I, Enea approda a Cartagine, dove verrà accolto con benevolenza da Didone, regina di Tiro. Dopo l’intervento degli dei, nel Libro IV Enea lascia la città sotto le maledizioni della regina, che si ucciderà poco dopo la sua partenza con la spada donata dall’eroe troiano.

Ottaviano Augusto

Secondo Giusti, l’opera fu molto probabilmente commissionata a Virgilio da Augusto per sponsorizzare il nuovo regime imperiale. Alludendo nei suoi versi alle guerre puniche e alla vittoria di Roma contro Cartagine, Virgilio tenta di trasportare il lettore in un tempo in cui storia e mito si mescolano per tracciare una linea di congiunzione tra la forza e la gloria della Roma del passato e quella del nuovo regime di Ottaviano.

Nel periodo in cui fu scritta l’Eneide, la Repubblica romana era da poco caduta trascinando la popolazione in un periodo di grandi cambiamenti sociali e scontri civili; il nuovo periodo di pace portato dall’imperatore Augusto, per quanto fosse l’origine del nuovo regime assolutistico di Roma, sembrava l’unica soluzione per ottenere la prosperità perduta.

Creando un parallelismo tra Enea e Ottaviano, l’Eneide tenta di unire i Romani, colpiti dal trauma del recente conflitto civile, sotto una causa comune basata sul ricordo dei tempi che furono, quando Roma era sotto la minaccia di una potenza straniera.

Nell’Eneide Virgilio rappresenta Cartagine attraverso uno mix di allusioni mitologiche e storiche, mescolando fatti realmente accaduti con pura fantasia per poter risultare interessante ed efficace nella retorica politica del tempo e, allo stesso tempo, attaccare indirettamente gli avversari pubblici di Ottaviano (come Antonio e Cleopatra). Virgilio evoca una serie di associazioni tra le guerre puniche e i recenti disordini civili di Roma, ottenendo come effetto quello di identificare gli avversari politici di Ottaviano come veri e propri nemici stranieri e di legittimare il coinvolgimento di Augusto nella guerra civile.

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Giusti sostiene anche che, paradossalmente, la Cartagine dipinta da Virgilio riveli la natura illusoria della restaurazione di Ottaviano dei valori della Repubblica romana e della sua origine mitologica, un sintomo di una possibile frustrazione dell’autore nel supportare il nuovo regime di Roma. “Sappiamo che Virgilio, come la maggior parte dei Romani, ha sofferto personalmente durante gli scontri civili e che le proprietà della sua famiglia furono confiscate, anche se successivamente restituite” continua Giusti. “Secondo me è chiaro dal poema che questa sua preoccupazione primaria era in realtà la memoria traumatica delle guerre civili e del cambiamento radicale delle istituzioni della Repubblica”.

Probabilmente questa frustrazione dell’autore è il motivo per cui, secondo la tradizione, Virgilio lasciò scritto nel suo testamento di bruciare l’opera nel caso non fosse riuscita a completarla prima della sua morte. Contravvenendo alla volontà del defunto, Vario Rufo preservò il manoscritto che successivamente fu pubblicato per ordine di Ottaviano Augusto.

Making Rome great again: fake views in the ancient world


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