Leggende metropolitane e miti sugli animali

Miti e leggende metropolitane più diffusi sugli animali
Tori e colore rosso

i tori non sono sensibili al colore rosso. I tori dispongono di una vista dicromatica e possono distinguere chiaramente un paio di colori, tra i quali non c’è il rosso; quello che incita all’attacco un toro è il movimento.

Sudore dei cani

i cani dispongono di due tipi di ghiandole sudoripare: il primo tipo, vicino al follicolo pilifero, è responsabile dell’ “odore di cane”; il secondo si trova in maggior concentrazione sui cuscinetti delle zampe e sul naso. Il sudore non è il meccanismo principale di regolazione della temperatura corporea dei cani: la maggior parte del calore viene dissipato per ventilazione, ansimando.

Lemming

i lemming non si suicidano in massa durante le migrazioni stagionali gettandosi da una rupe. Il mito, nato intorno alla fine del XIX secolo, è stato rafforzato in tempi relativamente recenti dal film White Wilderness della Disney: durante le riprese, i fotografi hanno costretto all’angolo questi poveri animali fino a farli cadere da una collina, consacrando la leggenda metropolitana.

Esiste anche un versione più antica della “caduta dei lemmings”: secondo il geografo Zeigler, vissuto nel XVI secolo, questi animaletti precipitavano dal cielo durante le tempeste, nascendo nelle nuvole per generazione spontanea e morendo all’impatto col suolo, dando origine all’erba primaverile.

Struzzo

lo struzzo non nasconde la testa nel terreno quando per nascondersi dai predatori. Stiamo pur sempre parlando di un uccello che può correre senza problemi alla velocità di oltre 70 km/h e raggiunge i 150 kg di peso, per cui solo i grandi predatori possono avvicinarsi a lui nutrendo qualche speranza di ucciderlo. Ciò che fanno gli struzzi in presenza di grandi predatori è abbassarsi al livello del terreno, appoggiare il collo a terra e cercare di limitare la visibilità del loro profilo imitando un cespuglio o una roccia; se la minaccia si avvicina troppo, lo struzzo fugge ad alta velocità.

principio della rana bollita

Principio della rana bollita

uno dei miti più diffusi è che le rane saltino immediatamente fuori da un recipiente colmo d’acqua bollente, ma si lascino morire se l’acqua viene riscaldata progressivamente, perché non percepirebbero l’aumento della temperatura fino a quando è troppo tardi. “Il principio della rana bollita” è un concetto probabilmente vecchio di qualche secolo utilizzato per descrivere come la società sia in grado di accettare passivamente un sopruso, la scomparsa dell’ etica o il degrado dei costumi se il cambiamento verso il peggio avviene gradualmente e viene accettato passivamente. La biologia ha dimostrato invece che, a contatto con acqua bollente, una rana muore quasi immediatamente; se messa in acqua progressivamente riscaldata, tenterà di fuggire una volta raggiunta una temperatura critica per il suo organismo, come moltissimi altri animali.

Gli animali non uccidono quello che non mangiano

L’essere umano viene sempre accusato (spesso giustamente) di uccidere animali senza alcuna necessità alimentare, ma la nostra specie non è l’unica a farlo: molti altri animali sono “surplus killer”, uccidono cioè molte più prede di quante ne riescano effettivamente a mangiare, lasciando corpi consumati solo parzialmente o disdegnando completamente il pasto. Tra i praticanti della predazione in eccesso ci sono volpi, lupi, coyote, gatti, cani, leoni, leopardi, procioni, donnole, ermellini, orsi, corvi, tassi, delfini, orche e ragni.

Alcuni di questi animali sembrano uccidere “per sport”, senza alcuna ragione. I gatti domestici ad esempio provocano ogni anno miliardi di vittime tra uccelli, piccoli mammiferi e rettili, e nella quasi totalità dei casi non uccidono per mangiare.

Nella società dei gorilla è relativamente comune che un adulto uccida un cucciolo per ottenere le attenzioni della madre; negli scimpanzé invece il cannibalismo senza alcuna ragione alimentare non è affatto raro durante le guerre tra diversi gruppi sociali, e l’uccisione di un avversario avviene nel modo più lento e doloroso possibile: la vittima viene morsa e colpita a morte con il preciso scopo di farla soffrire.

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Pesci rossi

i pesci rossi non hanno una memoria che dura qualche secondo: in realtà, possono ricordare elementi del loro habitat anche per mesi interi.

Pipistrelli ciechi

quasi tutte le specie di pipistrelli conosciute non sono cieche, anche se usano principalmente l’ ecolocalizzazione per la caccia. Alcuni pipistrelli dispongono di una buona vista notturna, altri invece di un’eccellente visione diurna.

Cammelli

i cammelli non immagazzinano acqua nelle gobbe. Sono animali che eccellono nella conservazione dell’acqua corporea che ingeriscono e assimilano nell’organismo, mentre le gobbe sono riserve di grasso che metabolizzano durante i periodi di scarsità di cibo o per fornire energia durante lunghi spostamenti nel deserto: sono l’equivalente di circa 3 settimane di cibo che un cammello adulto necessita per mantenersi in vita.

Pecore e stupidità

le pecore non sono affatto stupide. La loro intelligenza è stata studiata per decadi e la scienza la colloca poco più sotto a quella di maiali, roditori e della maggior parte delle scimmie. Le pecore imparano molto in fretta e si adattano facilmente a nuove circostanze, creano mappe mentali dell’ambiente che le circonda e hanno una discreta capacità di pianificazione.

Squali e cancro

Squali e cancro

gli squali si ammalano di cancro, contrariamente ad una credenza molto diffusa soprattutto. Il mito è nato con il libro di William Lane “Sharks Don’t Get Cancer” (1992) legato all’inizio della vendita di estratti di cartilagine di squalo spacciati come validi trattamenti per diverse forme di cancro. Sono ben documentati decine di casi di carcinoma in almeno una dozzina di specie differenti di squali, ma non esistono dati sufficienti per valutare la reale incidenza dei tumori in questi pesci.

Squali e sangue

gli squali hanno uno straordinario senso dell’olfatto che varia da specie a specie e che non rileva soltanto la presenza di sangue ma anche di alcune secrezioni delle loro prede; per quanto sviluppato, tuttavia, l’olfatto degli squali non può determinare la presenza di sangue a distanza di decine di chilometri da una potenziale preda.

Le specie con l’olfatto più sviluppato possono rilevare la presenza di una goccia di sangue in un quantità d’acqua pari a quella contenuta in una piscina olimpionica; con direzione e velocità della corrente a favore, una ferita può attrarre squali che si trovano a qualche centinaio di metri di distanza prima che il sangue si disperda completamente nell’acqua di mare.

Squali e nuoto

il terzo mito (parziale) che riguarda gli squali sostiene che questi pesci non possano mai smettere di nuotare per pompare costantemente acqua ricca d’ossigeno tra le branchie e continuare a respirare. La realtà è un po’ più complessa: alcune specie devono nuotare costantemente per respirare, altre pompano attivamente acqua tra le branchie e possono rimanere immobili per un periodo di tempo virtualmente illimitato. Tutti gli squali tuttavia non dispongono di una vescica natatoria: smettere di nuotare li farebbe lentamente scendere verso il fondale, ma essendo sostanzialmente immuni agli effetti di compressione e decompressione non subirebbero comunque conseguenze letali.

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Lupi e maschio alfa

il concetto di maschio alfa legato al mondo dei lupi, ma spesso esteso anche ad altri contesti animali o umani, è del tutto privo di fondamento. In natura, un branco di lupi agisce spesso come una famiglia umana: la gerarchia sociale è “liquida” e gli adulti rimangono dominanti fino a quando i giovani si rendono indipendenti formando le loro famiglie; non ci sono scontri per scalzare il maschio alfa e ottenere il controllo del branco se non attacchi episodici per l’ordine di accesso a qualche risorsa alimentare. Un individuo “alfa” (che ha combattuto per ottenere una posizione di dominanza) sembra emergere solo nei lupi in cattività, cresciuti in un ambiente circoscritto, stressati e non liberi di vagare per l’ecosistema: in queste circostanze sono frequenti gli scontri tra maschi per la priorità d’accesso al cibo.

Calabroni

secondo una leggenda molto popolare in tutto il mondo, il calabrone non potrebbe volare per via del rapporto tra la massa dell’insetto e la sua apertura alare. In realtà, il calabrone non viola alcuna legge della fisica e le meccaniche del suo volo sono ben conosciute dalla scienza. Battendo le ali circa 230 volte al secondo e muovendole secondo uno schema ben preciso, genera abbastanza portanza per volare senza alcun problema. Il mito si basa sullo studio Les Vol des Insectes del 1934 che utilizzava formule non corrette per calcolare gli effetti della resistenza dell’aria sul volo degli insetti.

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It’s time to stop spreading these popular myths about animals

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