Aquila di sangue norrena: realtà o finzione?

Aquila di sangue vichinga

Per quanto i Vichinghi amassero saccheggiare e uccidere durante i loro raid, inquadrare i popoli norreni solo come guerrieri brutali e senza scrupoli non fa altro che escludere una grossa porzione della loro vita quotidiana, un aspetto spesso più affascinante delle gesta eroiche di guerrieri leggendari. Fino al XIX secolo e per buona parte del XX tuttavia l’immagine dominante del mondo vichingo fu quasi esclusivamente una raffigurazione esagerata della loro brutalità e del loro spirito combattivo, quadro che contribuì alla nascita di alcuni miti che tutt’ora persistono come realtà del mondo norreno. E’ vero, i Vichinghi uccidevano, saccheggiavano e facevano schiavi alla prima occasione disponibile, ma erano molto più che crudeli animali da guerra.

Uno dei miti vichinghi più persistenti è quello dell’ aquila di sangue, un metodo di esecuzione della pena capitale estremamente violento e brutale. Secondo le saghe norrene, Re Ælla di Northumbria fu una delle vittime più illustri dell’aquila di sangue, una procedura che secondo gli storici del XVII e XIX secolo Sharon Turner e J.M. Lappenberg avveniva in fasi distinte:

  • Il prigioniero veniva legato e fatto sdraiare con il volto verso il terreno;
  • Veniva incisa sulla schiena del prigioniero un’aquila con le ali distese, probabilmente con uno scramasax;
  • Le costole erano quindi separate dalla colonna vertebrale a colpi d’ascia, una per una;
  • Le costole e la pelle venivano tirate verso l’esterno a formare un paio di “ali” sulla schiena del condannato;
  • Manciate di sale venivano gettate sulla carne viva per aumentare il dolore (secondo i due storici, il condannato era ancora vivo e cosciente in questa fase);
  • I polmoni venivano estratti e posti sulle “ali”.

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Considerando gli aspetti più brutali della vita norrena (inclusi sacrifici umani a scopo religioso), questo metodo di esecuzione fu ritenuto non solo credibile, ma anche relativamente comune soprattutto come sacrificio rituale, da molti storici passati: l’aquila di sangue sembra sia stata praticata anche su Halvdan Hålegg di Norvegia, sul sovrano irlandese Máel Gualae e su un paio di figure leggendarie come il gigante Brusi, ma l’esecuzione più celebre e storicamente più rilevante è probabilmente quella di Re Ælla di Northumbria.

I problemi sulla realtà storica dell’aquila di sangue iniziano a sorgere quando si pone sotto attenta analisi la quantità e la qualità delle fonti che citano questa pratica. L’ aquila di sangue appare raramente nella letteratura norrena e ci sono poche citazioni storicamente poco attendibili di questo metodo di esecuzione; in aggiunta, tutte le fonti norrene a nostra disposizione risalgono ad almeno un secolo dopo le esecuzioni di Halfdàn, Ælla o di Máel Gualae, fonti spesso contraddette dalle testimonianze dei contemporanei di queste tre figure.

La morte di Halfdàn, citata nella Orkneyinga saga (“Saga degli uomini delle Orcadi”) e nella saga Heimskringla, entrambe scritte circa 3 secoli dopo l’evento, sembra essere stata un sacrificio a Odino, ma in questa vicenda l’attendibilità dell’aquila di sangue viene messa in discussione da fonti nordeuropee precedenti che parlano dell’uccisione Halfdàn a colpi di lancia.
L’aquila di sangue di Máel Gualae sembra invece non essere mai stata praticata: il re di Munster fu ucciso probabilmente a colpi d’ascia o lapidato (come citano almeno due cronache posteriori all’evento), ma alcune interpretazioni successive vedono l’episodio come una testimonianza storicamente attendibile dell’aquila di sangue vichinga.
La brutale esecuzione di Re Ælla, invece, sembra essere legata alla vendetta di Ivar il Senz’ossa a seguito dell’uccisione del padre, il leggendario Ragnar Lothbrok, gettato in una fossa piena di serpenti velenosi per ordine del sovrano di Northumbria.

Aquila di sangue Stora Hammars
La stele di Stora Hammars a Gotland, Svezia, raffigura anche un sacrificio umano: l’uomo è sdraiato sulla pancia mentre un altro uomo usa un’arma sulla sua schiena (sembra una lancia). Nell’incisione ci sono anche due aquile.

Non esistono testimonianze scritte dell’aquila di sangue contemporanee al periodo delle esecuzioni di Halfdàn, Máel Gualae o Re Ælla, ma solo fonti redatte almeno 150 anni dopo questi avvenimenti. Quasi tutte le fonti che hanno dato origine alla storia dell’aquila di sangue sono inoltre poemi scaldici noti per essere criptici, ricchi di metafore legate alla mitologia norrena e difficilmente interpretabili se decontestualizzati o frammentari.

E’ più probabile invece che l’aquila di sangue (quanto meno la procedura descritta sopra ed entrata nell’immaginario collettivo) sia un mito nato dall’errata interpretazione della poesia scaldica o per ingigantire la brutalità del mondo vichingo (il mondo cristiano amava descriverli come una sorta piaga demoniaca).
Secondo Roberta Frank, autrice della ricerca “Viking Atrocity and Skaldic Verse: The Rite of the Blood-Eagle“, la procedura dell’aquila vichinga è frutto della fantasia interpretativa degli storici del XIX secolo e dell’errata trascrizione di alcuni eventi o pratiche in uso secoli prima della redazione delle uniche fonti scritte che citano questo metodo di esecuzione.

La ricerca di Frank mostra anche che le varie versioni dell’esecuzione di Re Ælla si sono fatte via via sempre più brutali con il passare dei secoli: il Saxo Grammaticus sembra suggerire una profonda incisione a forma di aquila sulla schiena del sovrano catturato, la Orkneyinga saga un sacrificio a Odino che prevedeva l’estrazione delle costole e dei polmoni, mentre il Ragnarssona þáttr (“Storia del figli di Ragnar”) combina tutti i particolari più cruenti allo scopo di rendere l’episodio ancora più drammatico agli occhi del lettore.

Eliminando le fonti storicamente inattendibili o troppo successive per esserlo, quello che rimane sull’aquila vichinga è sostanzialmente una manciata di versi in una raccolta di poemi scaldici, il Knútsdrápa:

Ok Ellu bak,
at lét hinn’s sat,
Ívarr, ara,
Iorvik, skorit

Che tradotto molto liberamente avrebbe questo significato:

E Ivarr, che stava a York, ebbe la schiena di Ælla incisa con/da un’aquila

(Fonte: Poetry from the Kings’ Sagas 1: From Mythical Times to c. 1035)

L’errore interpretativo è sempre dietro l’angolo in un caso come questo ed è molto difficile affermare con certezza quale traduzione o interpretazione sia quella più corretta. Secondo alcuni ricercatori, è la prova dell’esistenza dell’aquila di sangue come metodo di esecuzione; per altri si tratta invece di un chiaro riferimento al corpo di Ælla sbranato dagli uccelli rapaci opportunisti che fanno la loro apparizione al termine di uno scontro sanguinoso, ipotesi che avrebbe senso: Ivar il Senz’ossa, il mandante dell’esecuzione di re Ælla, giunse in Northumbria nell’ 866 a capo della Grande Armata Danese che seminò panico e morte in Inghilterra per oltre una decina d’anni.

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L’aquila di sangue vichinga è quindi un mito senza alcuna solida base storica? E’ possibile, vista la scarsa attendibilità storica delle fonti e gli errori interpretativi commessi dagli storici del passato. Anche se l’esecuzione di re Ælla fosse realmente avvenuta seguendo questa pratica, potrebbe essersi trattato di un caso più unico che raro, una condanna esemplare con il preciso scopo di diffondere terrore sul territorio inglese e ridurre la resistenza incontrata dalla Grande Armata Danese.

Viking Atrocity and Skaldic Verse: The Rite of the Blood-Eagle

The Vengeance of Ivarr the Boneless

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