Trappole da pesca

Trappole e reti da pesca

Le trappole da pesca sono stati probabilmente i primi strumenti utilizzati nell’antichità per la cattura di specie acquatiche. Ogni cultura del mondo ha sviluppato e perfezionato le sue versioni di trappole per pesci nel corso dei millenni passati, finendo per ottenere design molto simili tra loro e utilizzando materiali dalle  proprietà meccaniche molto simili (flessibilità e resistenza a torsione)  indipendentemente dalla località geografica.

Le prime trappole da pesca furono probabilmente di tipo permanente, piccole dighe composte da pietre e costruite lungo coste di mari o laghi oppure in piccole insenature di letti fluviali. Ideate per rimanere sotto la superficie dell’acqua durante l’alta marea, queste trappole confinavano il pesce all’interno del recinto di roccia non appena la marea raggiungeva il suo punto più basso.

Successivamente fecero la loro comparsa design più elaborati e materiali più comodi da lavorare e trasportare rispetto alla pietra, come legno e vimini. Ogni trappola richiedeva una particolare strategia di pesca, talvolta molto elaborata, per riuscire ad ingannare anche il pesce più intelligente.

 

Trappola a diga
Trappole di pietra di Brewarrina costruite dagli aborigeni australiani
Trappole di pietra di Brewarrina costruite dagli aborigeni australiani

La storia delle trappole che sfruttano le fasi della marea risale addirittura all’ Homo pre-sapiens, ma la più antica testimonianza archeologica di una diga per pesci costruita dall’uomo moderno risale a circa 8.000 anni fa ed è stata scoperta in Irlanda; le dighe di Mnjikaning, in Canada, appartengono invece ad uno dei sistemi di sbarramento più complessi mai visti nell’antichità: furono costruite oltre 5.000 anni fa dai nativi Uroni e Mohawk per catturare svariate specie di pesci d’acqua dolce e rimasero in uso fino ai primi anni del 1700.

 

Trappola per pesci realizzata con rami
Trappola per pesci realizzata con rami

Su scala più ridotta, piccole dighe di pietra o legno erano un mezzo molto comune per intrappolare la cena. La trappola più semplice consisteva nell’utilizzare rametti infilati verticalmente nella sabbia per creare una gabbia dotata di un’apertura ad imbuto che facilita l’entrata ma rende difficoltosa l’uscita. Queste trappole non sono costrette ad attendere il cambiamento di marea per funzionare e sono facilmente realizzabili con pochissimo dispendio di energie.

Trappola per polpi

Comune in molte regioni del mondo, dal Giappone all’Antica Grecia, era generalmente composta da un vaso di terracotta dall’imboccatura stretta che veniva deposto sul fondale per giorni: il polpo entrava nella trappola per utilizzarla come rifugio durante i momenti di inattività, rendendo quindi inutile l’utilizzo di un’ esca ma sfruttando la trappola stessa come esca. Quando la trappola veniva sollevata dal fondale, il polpo generalmente non tentava la fuga, ritenendosi al sicuro da qualunque attacco.

 

Nassa

In Nuova Zelanda, i Maori usavano le hinaki (“vasi per anguille”) per catturare l’anguilla, una delle loro prede tradizionali. Gli hinaki disponevano di una sola entrata e venivano posizionati con l’apertura che puntava a valle: le anguille, dopo aver fiutato l’esca all’interno della trappola, nuotavano controcorrente infilandosi nella stretta apertura ad imbuto per rimanere intrappolate nel canestro.
La trappola era realizzata usando i rami forti ed elastici della pianta Lygodium articulatum, sufficientemente flessibili da essere piegati senza rompersi; l’ingresso a imbuto, studiato per facilitare l’entrata ma impedire l’uscita, era composto da punte di legno ripiegate verso l’interno.

Nassa in vimini
Nassa in vimini

Questo design è estremamente comune in tutto il mondo ed è stato modificato e migliorato nel corso dei millenni per arrivare alla nassa moderna. Svariate versioni della nassa sono state impiegate fino a tempi molto recenti da quasi ogni popolazione del pianeta perché si basa su un concetto molto semplice e ben collaudato, quello dell’imbuto: è facile entrare dall’imboccatura larga, ma difficile uscire dal becco stretto.

Nassa
Altra nassa

Le nasse erano anche facilmente trasportabili e semplici da riparare: molti dei materiali impiegati per la loro realizzazione erano abbastanza flessibili da poter mantenere la forma originale anche dopo essere stati piegati e legati allo scopo di trasportarli più agevolmente. La nassa era sostanzialmente una versione primitiva e meno versatile delle future reti da pesca, la cui comparsa fu legata alla lavorazione di fibre resistenti, sottili e molto più flessibili di vimine e strisce di corteccia.

 

Reti

I più antichi resti di una rete da pesca risalgono a circa 10.300 anni fa e sono stati scoperti ad Antrea, Finlandia, nell’autunno del 1913. In origine, la rete era lunga dai 27 ai 30 metri e larga 1,5 metri, con maglie di circa 6 centimetri. La rete fu realizzata utilizzando il vimine, materiale abbondante proveniente dai salici che spesso crescono in prossimità di corsi e specchi d’acqua.

Rete da pesca risalente al 1850-1750 a.C.
Rete da pesca risalente al 1850-1750 a.C.

Le reti da posta sono state probabilmente il primo tipo di rete impiegato in antichità per intrappolare pesci d’acqua dolce o salata senza richiedere un intervento umano costante. Rispetto alla nassa, la rete da posta impiega di solito fibre più flessibili e sottili ed è ancorata sul fondo tramite l’utilizzo di pietre o piccoli pesi di metallo, mentre la parte superiore sfrutta il galleggiamento di materiale poco denso (come legno tenero) per mantenere la rete sospesa fino alla superficie dell’acqua.

La rete da posta poteva essere distesa tra i margini di un fiume, o spostata in base alla necessità se ancorata tra due barche. Per fabbricare i galleggianti che tenevano la rete sospesa in verticale la scelta ricadde su qualunque materiale dotato di un peso specifico molto basso come sughero, corteccia di betulla, sfere di vetro o legno di balsa.

La rete da lancio fu invece una rete ideata per ripetuti lanci e recuperi della trappola: non appena il pescatore individuava pesce da catturare, lanciava la rete per circondare la preda e chiudendola non appena raggiungeva la profondità desiderata utilizzando la fune che ne permetteva il recupero. Queste reti funzionavano meglio in acque prive di ostruzioni e non più profonde del raggio della rete stessa.

 

Cheena vala, o reti cinesi
Cheena vala
Cheena vala

In India, i Cheena vala sono reti da pesca manovrate tramite una struttura fissa di legno che sorregge una grossa canna da pesca. Le strutture, alte anche più di 10 metri e dotate di una rete larga circa 20 metri, erano manovrate da un gruppo di 3-6 persone: una era addetta ad abbassare la rete sfruttando il bilanciamento del proprio corpo e ad indicare al resto del gruppo il momento adatto per sollevarla.

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