L’uso di frecce avvelenate risale alla Preistoria

Frecce avvelenate

Moltissimi popoli cacciatori-raccoglitori sopravvissuti fino all’era moderna utilizzano frecce avvelenate allo scopo di aumentare il successo della caccia. Quando è nata questa pratica?
E’ da diverso tempo che gli archeologi sospettano che i cacciatori-raccoglitori della Preistoria utilizzassero il veleno estratto da alcune piante per aumentare l’efficacia delle loro armi da caccia. Si tratta di una tecnologia in uso ancora oggi tra molti popoli tribali moderni e che ha dimostrato la sua validità innumerevoli volte nella caccia di persistenza.

Le oltre 250 piante del genere Aconitum, come l’ aconito napello (Aconitum napellus), sono diffuse in tutto il territorio eurasiatico e la loro tossicità è nota da millenni. Sappiamo che in Europa i Galli e i Germani usavano l’aconito per avvelenare frecce e lance da usare in guerra; se le ferite inferte al nemico non erano sufficienti ad ucciderlo, il veleno inoculato dalle armi avvelenate avrebbe di certo terminato il lavoro.
In Africa invece il lattice delle piante del genere Acokanthera è tradizionalmente impiegato per avvelenare le frecce utilizzate dalle popolazioni tribali semi-primitive di Tanzania, Sud Africa e Zimbabwe.

Il problema nello stabilire la “data di nascita” delle prime armi da caccia avvelenate è sempre stato rappresentato dall’impossibilità di analizzare le tracce di veleno sulle armi rinvenute nei vari siti archeologici: spesso chi opera sul campo si trova costretto a dover ripulire i reperti dal terreno che li seppelliva utilizzando strumenti archeologici molto comuni (come spazzole e pennelli) che tendono però a cancellare le poche ed eventuali tracce di veleno un tempo presente sui reperti. Come tutti i materiali di natura organica, inoltre, i veleni vegetali si degradano col tempo e tendono a lasciare tracce chimiche difficilmente analizzabili tramite le tecnologie disponibili fino a qualche anno fa.

Aconito - Aconitum napellus
Aconito – Aconitum napellus

La dottoressa Valentina Borgia del McDonald Institute for Archaeological Research, specializzata in armi da caccia del Paleolitico, ha combinato le sue competenze in campo archeologico con le conoscenze di chimica forense di Michelle Carlin (Northumbria University) allo scopo di rilevare e analizzare eventuali tracce di veleno applicato su armi risalenti a migliaia di anni fa. Le due ricercatrici hanno elaborato un metodo non distruttivo per prelevare campioni di materiale organico dai reperti e confrontarli con un database di piante tossiche popolato dalle tossine prelevate dalle piante del celebre “Giardino dei Veleni” di Alnwick.

Borgia e Carlin hanno trascorso gli ultimi tre anni a perfezionare la loro tecnica di prelievo sperimentandola inizialmente con successo su artefatti vecchi di un secolo; nel 2015 hanno iniziato ad analizzare alcune frecce egizie dalla punta di pietra risalenti a circa 6.000 anni fa (ad oggi non è stato pubblicato alcun risultato) nella speranza di ottenere la prima prova sull’ipotesi avanzata da Borgia: l’utilizzo di veleno vegetale sulle punte di freccia è vecchio di millenni, probabilmente qualche decina di migliaia di anni.

“Sappiamo che i Babilonesi, Greci e Romani usavano veleni di origine vegetale per cacciare animali e in guerra” spiega Borgia. “Oggi rimangono poche società cacciatrici-raccoglitrici ma tutti i gruppi sopravvissuti utilizzano veleni. Gli Yanomami della foresta pluviale amazzonica usano il curaro, un mix di piante del genere Strychnos, per avvelenare le loro frecce. In Africa, vengono utilizzate varietà di piante differenti per creare veleni. Acokanthera, Strophantus e Strychnos sono le più comuni”.

Il metodo messo a punto da Borgia e Carlin non si basa solo sul riconoscimento delle tossine ma anche sull’ analisi delle particelle di amido: le dimensioni, la forma e la struttura dei granuli di amido variano in base al taxon (unità tassonomica della pianta) e costituiscono una sorta di impronta digitale che può far risalire al tipo di veleno utilizzato.

“Le armi del Paleolitico dotate di punte di pietra potrebbero non essere state sufficientemente letali da immobilizzare o uccidere un animale di grossa taglia come un cervo rosso. Le piante velenose erano abbondanti in passato e le popolazioni preistoriche conoscevano l’ambiente in cui vivevano, sapevano quali piante erano commestibili e il loro potenziale impiego come medicinali o veleni. Fabbricare veleno è facile ed economico e i rischi sono minimi. In aggiunta, la fabbricazione del veleno diventa speso parte della tradizione e dei rituali di caccia”.

L’ipotesi di Borgia sembra essere supportata da diversi artefatti provenienti da tutto il mondo, come punte di freccia africane risalenti a circa 13.000 anni fa. Sebbene non sia stato possibile rilevare tracce di veleno su questi reperti, la forma delle punte e la presenza di resti carbonizzati di alcune piante tossiche  suggerirebbero che i veleni vegetali fossero impiegati comunemente nella caccia verso la fine del Pleistocene.

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