Pesca con tossine naturali

La pesca con il veleno, metodo utilizzato per millenni in svariate regioni del mondo, prevede l’impiego delle sostanze tossiche contenute in alcune piante allo scopo di semplificare la cattura del pesce, spesso solo tramortendolo per il tempo necessario a catturarlo con più facilità.

L’utilizzo di piante velenose per la cattura del pesce ha probabilmente origine nel Neolitico ed è un metodo di pesca sopravvissuto fino ad oggi in molte culture cacciatrici-raccoglitrici ancora esistenti. L’impiego di tossine naturali per la pesca rappresentò per molto tempo il modo più efficiente per catturare il pesce: era meno faticoso rispetto all’uso di una rete da lancio, otteneva risultati più velocemente di una rete da posta fissa e non richiedeva abilità manuali specifiche e difficili da apprendere.

La pesca con il veleno viene di solito praticata in acque stagnanti o a scorrimento lento per favorire la diffusione e l’assorbimento della tossina, ma si presta anche per l’impiego sulla costa o in mare. I semi della Barringtonia asiatica, ad esempio, sono utilizzati su alcune isole del Pacifico per avvelenare le piccole pozze d’acqua marina che si formano durante la bassa marea: grattugiando i semi sulle rocce laviche degli scogli, la tossina si disperde nell’acqua salmastra avvelenando o uccidendo in breve tempo piccoli pesci, crostacei e molluschi.

La pesca con il veleno è un’attività collettiva che coinvolge l’intera comunità, bambini inclusi: generalmente la raccolta e la lavorazione delle piante tossiche è affidata alle donne, mentre gli uomini si occupano di costruire dighe di sbarramento con legna, pietra e foglie per evitare che il pesce possa sfuggire all’avvelenamento. Dopo aver saturato l’acqua di tossine, adulti e bambini iniziano la raccolta del pesce che affiora in superficie utilizzando mani, canestri e piccole reti.

I composti presenti nelle piante tossiche tradizionalmente utilizzate per la pesca sono principalmente due:

Saponine: di norma, queste sostanze devono essere digerite per essere assimilate dall’organismo, ma nel caso dei pesci le saponine penetrano direttamente nel flusso sanguigno attraverso le branchie. Queste sostanze bloccano l’apparato respiratorio dei pesci senza compromettere l’ edibilità dell’animale: il loro effetto non è fatale nella maggior parte dei casi, ma stordisce il pesce per un tempo sufficiente a facilitarne il recupero non appena emerge in superficie.

Rotenone: il rotenone è una tossina incolore e inodore utilizzata fin dall’antichità come insetticida e pesticida. Anche il rotenone penetra nei pesci attraverso le branchie, ma agisce danneggiando i mitocondri e impedendo l’utilizzo dell’ossigeno cellulare. Questa sostanza è presente in qualche decina di piante e liane di Centro e Sud America appartenenti ai generi Lonchocarpus e Derris.

Le piante utilizzate per questo metodo di pesca nell’arco della storia antica sono molte (la sola Africa ospita almeno 300 specie diverse di piante utili per la pesca col veleno), qui sotto ne elenco alcune:

Aesculus californica: pianta nativa della California e dell’Oregon. I nativi Pomo e Yokut usavano le noci, la corteccia e le foglie di questa pianta per rendere più facile la pesca. La noce veniva schiacciata e immersa in acqua calda per qualche ora prima di versare il mix nello stagno o nell’insenatura in cui si intendeva pescare.

Pianta del sapone nordamericana: le pianta del sapone del Nord America è in realtà una definizione generica delle 5 specie del genere Chlorogalum. Queste piante perenni contengono saponine, sostanze che a contatto con l’acqua producono schiuma: dopo aver polverizzato le radici, queste vengono immerse nell’acqua all’interno di cesti a maglie strette e agitate per liberare le saponine. Il pesce, a contatto con la mistura, perde il controllo dei movimenti e della sua capacità natatoria salendo in superficie privo di sensi.

Madhuca longifolia: albero indiano che produce semi dai quali si può estrarre olio commestibile. Dopo la spremitura dei semi, il residuo solido viene pressato per creare una “torta” nota come gara-dhep. La torta viene quindi fatta bollire in acqua e quindi riversata nella zona di pesca. Mezzo chilo di noci spremute è sufficiente per avvelenare uno specchio d’acqua di 10 mq (ogni albero produce da 20 a 200 kg di semi).

Groviglio di radici di barbasco
Groviglio di radici di barbasco; 6 di questi sono sufficienti ad avvelenare un piccolo torrente a scorrimento lento

Barbasco: il termine generico “barbasco” definisce un insieme di piante sudamericane (di solito queste tre: Lonchocarpus urucu, Deguelia utilis o Jacquinia barbasco) che da millenni vengono impiegate per la pesca dalle popolazioni indigene locali per via del loro contenuto di rotenone, una sostanza che causa ipossia cellulare nei pesci. Le radici di piante di oltre 4 anni d’età sono ideali per la pesca: dopo averle battute fino a sfibrarle, vengono immerse nell’acqua per rilasciare la loro azione tossica.

Barringtonia asiatica: chiamata anche “pianta del veleno per pesci”, vive nelle foreste di mangrovie delle isole polinesiane, in Malesia e nelle Filippine. Ogni parte della pianta contiene grandi dosi di saponine e i suoi frutti ne hanno in quantità tale da essere utilizzabili come veleno per stordire o uccidere i pesci.

Anamirta cocculus: pianta rampicante asiatica. Il suo frutto, il Cocculus indicus, è ricco di picrotossina, un alcaloide estremamente tossico per pesci ed esseri umani (la dose letale è di 0,357 mg/kg);

Naturally Occurring Fish Poisons from Plants

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