Il papiro

Pianta di papiro

Il papiro è un materiale simile alla carta realizzato a partire dal midollo della pianta di papiro (Cyperus papyrus) e utilizzato in tempi antichi come superficie per la scrittura. La storia del papiro è antichissima: prodotto per la prima volta nell’ Antico Egitto intorno al IV millennio a.C., i resti più antichi di papiro sono stati trovati in un antico porto del Mar Rosso e descrivono l’ultimo anno di costruzione della Grande Piramide di Giza.

Per almeno due millenni il papiro non trovò rivali come superficie di scrittura fino all’arrivo della pergamena: il papiro è in fatti un materiale fragile e suscettibile a rottura in condizioni di umidità o eccessiva secchezza ambientale, anche se è relativamente facile ed economico da produrre e da lavorare. L’ultimo utilizzo del papiro in Europa risale al 1022 d.C. (bolla papale di Vittorio II), mentre l’impiego in Egitto durò fino all’introduzione della carta da parte degli arabi (che avevano appreso la tecnica in Cina).

Il termine papiro, di origine greca, deriva dalla parola “papuro”, che in Antico Egitto aveva un significato simile a “proprietà del faraone”: questo perché la coltivazione, la lavorazione e l’uso del papiro erano supervisionati dagli apparati di governo, e i fogli di papiro erano principalmente utilizzati dalla corte reale o dai sacerdoti (come il papiro chirurgico di Edwin Smith) a causa del loro costo spesso proibitivo per la gente comune. Gli Egizi, in realtà, chiamavano la pianta di papiro papiro dhet, tjufi o wadi, mentre per il prodotto finito si usava il termine djema.

La pianta utilizzata per la produzione del papiro, il Cyperus papyrus, è una pianta acquatica perenne nativa dell’ Africa settentrionale che cresce facilmente in presenza di sole in abbondanza e acqua relativamente calma o stagnante. La pianta di papiro può raggiungere i 5 metri di altezza e il suo stelo lungo e sottile è stato impiegato nell’antichità per molteplici utilizzi.

Imbarcazione di papiro molto simile a quelle dell'Antico Egitto
Imbarcazione di papiro molto simile a quelle dell’Antico Egitto

In Egitto, il papiro era infatti ben più che un materiale per la scrittura: lo stello della pianta si prestava ad innumerevoli utilizzi come materiale per la produzione di contenitori, cordame, sandali e stuoie intrecciate. Uno degli impieghi più antichi fu come materiale per la costruzione di canoe e zattere di papiro, molto simili a quelle realizzate in Europa con le canne di giunco.

Per realizzare superfici adatte alla scrittura, la pianta di papiro deve subire alcune fasi di lavorazione. Plinio il Vecchio e Isidoro di Siviglia descrivono sei variazioni di papiro disponibili sul mercato romano del tempo, varietà che subivano processi di rifinitura leggermente diversi e classificate per consistenza, spessore, colore e uniformità della superficie.

In primo luogo, dopo aver rimosso la scorza esterna dello stelo, il midollo interno viene tagliato in strisce sottili lunghe circa mezzo metro che saranno successivamente pressate per ridurne lo spessore. Ogni segmento (ancora umido, o immerso in acqua per qualche minuto) viene quindi posizionato su una superficie rigida in modo tale da sovrapporsi di qualche millimetro al segmento precedente; dopo aver ottenuto un primo strato della lunghezza desiderata, si ripete l’operazione applicando un secondo strato di segmenti di papiro e avendo cura di posizionare le strisce perpendicolarmente a quelle sottostanti. Tra il primo e il secondo strato veniva talvolta applicata una soluzione collante di resina di papiro.

Foglio di papiro a doppio strato
Foglio di papiro a doppio strato

Una volta deposto il secondo strato, il foglio deve essere battuto da un martello di legno per distruggere parzialmente le fibre di cellulosa e creare una sorta di polpa semi-rigida. Questo procedimento favorisce la fusione dei vari segmenti di papiro in un unico foglio compatto durante la successiva fase di essiccazione, che avviene sotto pressione utilizzando una pressa a vite o pesi di metallo.

I papiri così prodotti sono generalmente ancora molto ruvidi: in passato erano resi più lisci strisciando sulla superficie un cilindro di legno duro che schiacciava e uniformava la maggior parte delle anomalie di spessore del foglio. Dopo aver ottenuta una superficie asciutta e più o meno uniforme, è possibile unire più fogli per realizzare lunghe strisce (in antichità, anche fino a 10 metri) su cui scrivere un intero “libro” conservato generalmente sotto forma di rotolo.

Gli antichi Egizi utilizzavano principalmente due tipi di inchiostro per la scrittura su papiro, uno nero e uno rosso: quello rosso (a base di ossidi di ferro) era utilizzato per dare enfasi a parole o frasi, per iniziare un nuovo paragrafo o per evidenziare, nei testi di natura magica o religiosa, i nomi dei demoni e delle entità malvagie; quello nero (a base di polvere di carbone, acqua e resina di acacia), invece, veniva impiegato per la stesura del resto del testo.
Per le miniature presenti su alcuni papiri particolarmente importanti, invece, venivano utilizzati anche pigmenti gialli, blu, bianchi e verdi di solito realizzati con minerali facilmente reperibili, come ossidi di rame per il blu e il verde.

I fogli di papiro tendevano a diventare sempre più fragili col passare del tempo e venivano conservati (generalmente arrotolati) all’interno di contenitori di legno che riportavano con precisione il contenuto del rotolo per evitare di aprirlo frequentemente.
In un clima come quello egiziano, infatti, il papiro tende a rimanere stabile (anche se comunque fragile) anche per millenni per via dell’assenza di umidità che impedisce alla cellulosa di essere aggredita da muffe e parassiti; in un clima come quello europeo, invece, è molto raro che un papiro riesca a sopravvivere per più di 100-150 anni.

 

Condividi su:

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *