Canoe a scafo monossilo

Canoa a scafo monossilo

Una canoa monossila (chiamata anche “a scafo monossilo”, “dugout” o semplicemente “monossilo”) è un’imbarcazione realizzata da un singolo tronco d’albero scavato in modo tale da ottenere uno scafo lungo, sottile e affusolato. Si tratta probabilmente della più antica imbarcazione mai realizzata dall’essere umano, dato che non richiede abilità complesse se non un’abbondante dose di pazienza e una dotazione minima di strumenti necessari a scavare e lavorare il legno.

Il più antico esemplare di canoa a scafo monossilo è la piroga di Pesse, scoperta in Olanda nel 1955 e datata a circa 8000 prima di Cristo. L’imbarcazione è lunga quasi 3 metri, larga 44 centimetri ed è stata realizzata a partire da un singolo tronco di pino silvestre (Pinus sylvestris). Le canoe a scafo monossilo sono state realizzate in ogni parte del mondo nel corso della storia antica e l’Europa ha fornito numerosissimi esemplari-modello rinvenuti nel corso dell’ultimo secolo.

Questo tipo di canoe erano generalmente impiegate in acque calme come quelle di stagni, laghi e fiumi a lento scorrimento; il loro scafo attraversava agevolmente le paludi che occupavano buona parte del territorio dell’epoca ed era trasportabile sulla terraferma da un piccolo gruppo di persone. Se dotate di bilancieri montati ai lati dello scafo, inoltre, queste canoe potevano percorrere brevi tragitti in mare o in acque fluviali turbolente.

Canoa monossile slava del X° secolo
Canoa monossila slava del X secolo

Per costruire una canoa a partire da un tronco d’albero, il primo passo è selezionare la pianta adatta. I nostri antenati preferivano sfruttare alberi morenti, già morti o addirittura caduti se il legno era sufficientemente ben conservato. Il legno non deve essere troppo denso da avere una scarsa galleggiabilità, e sufficientemente resistente da non rompersi se sottoposto a stress o a carichi.

Gli alberi adatti ad una canoa monossila cambiavano in base alla località geografica: in Nord Europa, ad esempio, quercia, tiglio, pino e faggio erano considerati i legni migliori, mentre in altre località del mondo veniva comunemente utilizzato il tronco di cedro (Nord America) o il teak (Africa). La corteccia che ricopre il tronco deve essere completamente rimossa prima di lavorare la pianta per evitare che insetti e muffe attacchino il legno sottostante durante i giorni (o le settimane) necessari a terminare la canoa.

Le dimensioni del tronco sono ovviamente legate alla capacità di carico dell’imbarcazione: una canoa lunga 3-4 metri e larga circa 50 centimetri è sufficiente a trasportare due persone senza comprometterne il galleggiamento in acque calme. Le canoe di cedro costruite in Nord America, utilizzate per il trasferimento dell’accampamento o per le spedizioni di guerra, superavano i 15 metri di lunghezza e i 2 di larghezza e potevano trasportare fino a 20 persone o un peso equivalente; le canoe slave del X secolo, invece, trasportavano agevolmente 40-60 guerrieri in tenuta da battaglia.

canoa monossile fuoco
Scavo di canoa monossila usando il fuoco

Esistono principalmente due metodi per ottenere una canoa monossila:

  • Fuoco: dato che uno strumento di pietra intacca il legno molto più difficilmente di quanto possa fare il metallo, il metodo più comune durante l’ Età della Pietra quello di usare il fuoco per svolgere la maggior parte del lavoro. Dopo aver delimitato l’area del tronco in cui dovrà essere effettuato lo scavo, sulla superficie vengono deposte braci ardenti che, con il passare del tempo, consumeranno lentamente il legno sotto di loro. Questo processo dura svariati giorni dipendentemente dalle dimensioni del tronco e richiede un controllo costante delle braci per evitare che producano crepe o fori sullo scafo. Dopo aver raggiunto la profondità desiderata, lo scavo veniva rifinito usando strumenti di pietra e osso.
  • Ascia e olio di gomito: con l’arrivo delle prime asce di rame e bronzo, la lavorazione del legno fu immensamente più facile: un’ ascia simile a quella di Ötzi è più efficiente e veloce di qualunque strumento di pietra quando si tratta di scavare il legno, specialmente se l’operazione viene effettuata in team. E’ possibile che i nostri antenati abbiano utilizzato una combinazione di fuoco e metallo per ottenere molto più velocemente ciò che producevano in passato con fuoco e pietra.

Il semplice scavo dello scafo non basta. E’ possibile (anzi, molto probabile) che le imperfezioni del tronco costringano ad optare per un design non propriamente simmetrico, o che durante lo scavo si generino piccole crepe o vengano messi in risalto fori del tronco in precedenza invisibili. E’ anche possibile che la canoa abbia dimensioni ridotte rispetto alle aspettative iniziali: la rimozione di troppo legno interno ed esterno ha reso la parte interna dello scafo troppo stretta, o le pareti troppo sottili.

I nostri antenati avevano elaborato alcune soluzioni a questi genere di problemi:

  • Fori e crepe: qualunque imperfezione dello scafo, se non considerata strutturalmente rilevante, poteva essere riempita e sigillata utilizzando resina di pino, o meglio ancora catrame di pino o betulla. Una volta scaldato e usato per sigillare, questo collante riempiva buchi e crepe alle perfezione e impermeabilizzava la parte che copriva;
  • Impermeabilizzazione: il legno rimane comunque un materiale capace di assorbire acqua, proprietà non ideale se si vuole utilizzare frequentemente un’imbarcazione. L’ impermeabilizzazione dello scafo poteva essere effettuata con catrame di betulla o pino, oppure utilizzando grasso animale, cera d’api o oli vegetali dalle proprietà idrorepellenti;
  • Scafo troppo piccolo: era possibile modificare leggermente l’ampiezza dello scafo prima di procedere all’impermeabilizzazione. La canoa veniva immersa in acqua per uno o due giorni per impregnare il legno; dopo averla estratta dall’acqua, venivano inseriti all’interno dello scafo dei rami robusti e leggermente flessibili in modo tale da forzare le pareti verso l’esterno. Una volta ottenuta la larghezza desiderata, si lasciava la canoa esposta al sole per qualche giorno con lo scopo di farle perdere la maggior parte dell’acqua accumulata e rendere permanente la distanza tra le pareti.
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