La porpora

La porpora, chiamata anche rosso di Tiro o viola imperiale, è un pigmento rosso-violaceo ottenuto dalla secrezione di una ghiandola del murice comune, un mollusco della famiglia dei Muricidi, e di altri molluschi relativamente comuni nel Mediterraneo. La porpora era uno dei pochissimi pigmenti antichi che non perdeva intensità anche dopo numerosi lavaggi, e forse l’unico che diventava più brillante con l’esposizione continua alla luce solare.

Nei millenni passati la porpora, difficile da produrre per vie dalle enormi quantità di molluschi necessari alla sua preparazione, fu spesso associata all’idea di ricchezza, potere e prestigio e raggiunse di frequente un valore commerciale superiore a quello dell’oro e di alcune pietre preziose.

La creazione del pigmento porpora si attribuisce ai Fenici circa 3600 anni fa e contribuì non poco alla ricchezza e alla fama di commercianti e marinai di questo popolo, anche se alcune recenti scoperte archeologiche a Creta suggeriscono che quest’isola fu un importante centro di produzione delle porpora qualche secolo prima che i Fenici conquistassero il dominio commerciale di questo pigmento.

Sudario di Carlomagno colorato con porpora e oro
Sudario di Carlomagno colorato con porpora e oro

Spesso scambiata con argento o altre materie prime rare, la porpora diventò ben presto uno status symbol lungo tutte le coste del Mediterraneo. Gli abiti colorati con questo pigmento erano così richiesti nell’antichità da aver contribuito in buona parte alla ricchezza dei Fenici, e il mercato stesso della porpora fu soggetto a regolamentazione sia nella Grecia e Roma antiche sia in tempi successivi: la corte di Bisanzio, ad esempio, ne limitò l’uso ai tessuti imperiali, da cui il termine “nato nella porpora” per definire il diretto discendente al trono imperiale. Un decreto di Diocleziano, invece, stabilì nel IV secolo d.C. un prezzo fisso per la porpora: un etto di pigmento era equivalente al valore di tre etti d’oro, o 50.000 denari (un costo traducibile in circa 20.000 euro moderni).

La base della porpora è la secrezione rossiccio-violacea di una ghiandola presente in alcuni molluschi del Mediterraneo: Murex trunculus, Purpura lapillus, Helix ianthina e Murex brandaris. Questi molluschi vivono in acque relativamente profonde e in antichità erano catturati utilizzando piccole nasse munite di esca lasciate sul fondale.
I molluschi usati per la produzione della porpora utilizzano la secrezione come sedativo per le prede, agente antimicrobico per i loro depositi di uova e come risposta all’aggressione da parte dei predatori naturali. E’ possibile quindi “mungere” queste conchiglie semplicemente fingendo un’aggressione da parte di un predatore, ma il processo richiede moltissimo tempo contrariamente al metodo tradizionale, molto più distruttivo ma estremamente più efficiente in termini di tempi e quantità estratte.

Murex brandaris
Murex brandaris

Il metodo tradizionale per produrre la porpora consisteva nel raccogliere grandi quantità di molluschi, separarli dal guscio protettivo e lasciarli qualche giorno al sole per dare inizio alla putrefazione per poi tritarli in grossi mortai; secondo alcune ricostruzioni, 12.000 molluschi erano in grado di produrre 1,4 grammi di polvere di porpora, sufficiente a colorare solo parte di un vestito. Questi numeri sembrano essere supportati dalla quantità di conchiglie della famiglia Muricidae scartate dal processo di lavorazione, gusci accumulati nel corso dei secoli nei pressi dei centri di produzione della porpora e che spesso formavano cumuli alti decine di metri.

Alcuni autori antichi descrivono il terribile odore di putrefazione che emanavano centinaia di migliaia di molluschi lasciati a marcire all’interno di grosse tinozze; i centri di produzione della porpora si trovavano generalmente lontano dagli insediamenti urbani per evitare di sottoporre gli abitanti ai miasmi emessi dai molluschi al macero.

Non conosciamo molti dettagli sulle varie fasi di lavorazione successive alla macerazione se non da Plinio il Vecchio, che descrive brevemente il processo di produzione in uso sulla penisola italica. Dopo aver tritato i molluschi in putrefazione e averli fatti bollire in acqua, le parti solide erano filtrate e si aggiungeva sale alla soluzione continuando la bollitura per qualche giorno fino a raggiungere la tonalità desiderata. Una volta raggiunta la giusta tonalità, le fibre da colorare erano immerse nell’acqua calda (raramente venivano immersi tessuti interi) e lasciate a bagno per qualche tempo fino ad assumere una tinta permanente di porpora.

Veste bizantina colorata con la porpora
Veste bizantina colorata con la porpora

La porpora fenicia rimase per molto tempo la qualità più pregiata in circolazione. I Fenici potevano vantare non solo un accesso facilitato alle materie prime necessarie alla produzione del pigmento (si spinsero fino alle Canarie per raccogliere molluschi), ma avevano accumulato secoli di esperienza nel mescolare differenti varietà di molluschi per ottenere pigmenti particolarmente rari e ricercati che andavano da un rosso profondo ad un indaco con tonalità bluastre.

Come per tutti i materiali pregiati, anche la porpora fu soggetta ad imitazioni a basso costo. Un metodo in grado di riprodurre alcune delle tinte della porpora era di origine gallica e prevedeva l’impiego di alcune specie di licheni o bacche per colorare i tessuti prima con pigmenti rossi e successivamente con pigmenti blu.

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