Caccia di persistenza

Caccia di persistenza

I nostri antenati cacciatori-raccoglitori erano tutt’altro che stupidi: utilizzavano materiali come pietra, legno e osso per ricavare sofisticati oggetti d’uso quotidiano, per la caccia o per la pesca, osservavano la natura e imparavano con l’esperienza, accumulando conoscenze e sviluppando pratiche che hanno consentito loro di sopravvivere e prosperare usando l’ingegno e l’astuzia.

In molti casi, tuttavia, l’intelligenza non è sufficiente per salvare la pelle o portare a casa la cena, ma è necessario fare affidamento sulla forza bruta, o più spesso sulla resistenza alla fatica. La caccia di persistenza è un esempio di come i nostri antenati fossero costretti a ricorrere ad ogni goccia d’energia nei loro corpi per garantire la salute dell’intera comunità, percorrendo decine di chilometri allo scopo di ottenere preziose proteine animali.

Quando si ha a che fare con un animale come una zebra, un bufalo o un bisonte, la speranza di predarli ad armi pari è un’eventualità impraticabile: con un solo balzo al galoppo, una zebra copre diverse falcate di un essere umano in corsa ed è praticamente impossibile tenerle testa in una gara di velocità.

Olfatto, udito e vista acuti, inoltre, sono dotazioni standard dell’apparato sensoriale di molte prede, appositamente sviluppati per tenere a bada i predatori: non appena si causa una “turbolenza” nel campo sensoriale di un animale abituato ad essere un bersaglio, questo tenderà a fuggire il più lontano possibile, costringendo i cacciatori a seguire le sue tracce anche per decine di chilometri.

hadza caccia persistenza
Hadza a caccia. Image credit: Andreas Lederer / CC BY 2.0.

I metodi di caccia tradizionali o primitivi, infine, spesso non assicuravano una morte immediata dell’animale: gli Hadza, uno dei popoli di cacciatori-raccoglitori sopravvissuti fino ad oggi, utilizzano archi di scarsa potenza per infliggere una piccola ferita con una freccia avvelenata; il veleno impiega diverso tempo per fare effetto, tempo che generalmente l’animale ferito impiega per allontanarsi il più possibile dal cacciatore.

Tutti questi elementi comuni nella caccia tradizionale hanno costretto i cacciatori-raccoglitori antichi e moderni a sviluppare una resistenza degna del migliore maratoneta moderno, se non addirittura superiore se consideriamo che nessun individuo si allena veramente (non secondo gli standard e le pratiche moderni).

L’essere umano, unico tra i primati a praticare una caccia di persistenza camminando o correndo anche per decine di chilometri per raggiungere la sua preda, si è adattato alle lunghe percorrenze perdendo i peli corporei e rendendo più efficiente il sistema di raffreddamento dell’organismo con grandi quantità di sudore, barattando parte della velocità dei semi-bipedi per una resistenza superiore.

Secondo una delle ipotesi evolutive più recenti, molte caratteristiche dell’essere umano moderno sarebbero emerse per favorire i nostri antenati nella corsa su lunghe distanze. La perdita di peli e il sudore profuso non sono gli unici adattamenti che ci hanno diversificato dai primati non bipedi o dagli altri rami evolutivi del genere Homo: il nostro scheletro e la nostra muscolatura si sono adattati alla corsa, che richiede meccanismi fisici differenti dalla camminata, i nostri arti si sono allungati e le giunture hanno sviluppato una resistenza superiore.

Adattamenti evolutivi per la corsa di resistenza
Adattamenti evolutivi per la corsa di resistenza

E’ fondamentale tenere a mente che la vita quotidiana in una società primitiva o semi-primitiva è tutt’altro che facile, e le risorse necessarie alla sopravvivenza della comunità o degli animali che la sostengono sono spesso lontane svariati chilometri dall’insediamento umano. Nell’arco di una giornata è del tutto comune percorrere 10-20 chilometri a piedi per accudire una mandria di bestiame, condurla dove c’è acqua e cibo e riportarla a casa; tenerla a bada, pulita e al sicuro sono attività che contribuiscono ulteriormente ad aumentare la resistenza alla fatica.

Per farci un’idea più precisa di cosa comporti la caccia di persistenza possiamo usare come esempio le popolazioni tribali moderne che la praticano, come le tribù del Kalahari nell’ Africa meridionale. I cacciatori sfruttano l’ambiente per uccidere le loro prede: la caccia dell’animale (di solito un’ antilope o un kudu) inizia avvicinandosi nel pieno del caldo di mezzogiorno e inseguendolo per 20-40 km, sotto 40°C di temperatura e per oltre 5 ore, fino a portarlo allo sfinimento.

Non appena il kudu si allontana, i cacciatori aumentano il passo per coprire la distanza che li separa dalla preda e non dargli tempo di  abbassare la temperatura corporea, cercando di costringerla a mantenere un’andatura tra il trotto e il galoppo, particolarmente inefficiente in termini di energie consumate e che la costringerà a fermarsi sempre più spesso per riprendere fiato; quando gli inseguitori lo raggiungono, l’animale riprende la corsa, accumulando ulteriore calore e sprecando altre energie. Non appena il kudu si trova costretto a crollare per la fatica, i cacciatori si avvicinano e lo finiscono con una lancia.

Estratto da un documentario della BBC sulla caccia di persistenza

Può forse sorprendere che questo metodo di caccia sia stato utilizzato in tempi molto recenti (2013) da alcuni pastori somali per uccidere un ghepardo responsabile della morte di molti capi di bestiame, ma il caldo africano costringe ogni animale dalla sudorazione limitata a correre ai ripari sfruttando qualunque strategia per raffreddarsi e preservare le energie fino al tramonto. Se costretto a correre sotto il sole cocente, qualunque animale prima o poi dovrà arrendersi alla fatica.

I Tarahumara, popolazione nativa del Messico descritta per la prima volta nel 1500, è diventata leggendaria per la sua corsa di resistenza legata alla caccia di persistenza e a rituali di passaggio all’età adulta. Sono ben documentate corse della durata di oltre 300 chilometri nell’arco di due giorni lungo percorsi costellati da ostacoli naturali come canyon e deserti, vere e proprie ultramaratone non solo effettuate durante la caccia ma anche per la comunicazione “veloce” tra i villaggi dispersi sul territorio.

I Tarahumara cacciano di solito con arco e frecce, ma sono noti per cacciare per sfinimento sia cervi che tacchini selvatici. L’antropologo Jonathan F. Cassel li descrive così: “I Tarahumara uccidono di fatica i tacchini, letteralmente. Costretti ad una serie rapida di decolli e senza sufficiente periodo di riposo, questi pesanti uccelli finiscono con l’esaurire la forza per volare o scappare dai cacciatori”.

Il dato interessante sui Tarahumara, e comune in praticamente tutte le culture che praticano la caccia di persistenza, è che non si allenano, non secondo metodi e parametri moderni, e che raggiungono le prestazioni precedentemente descritte a piedi nudi o calzando una suola di cuoio legata alla caviglia a protezione della pianta del piede. In aggiunta, la loro economia è basata sulla birra, e per quanto si dimostrino sempre instancabili lavoratori, spesso sono anche alticci quando corrono decine di chilometri senza battere ciglio.

Persistence hunting – Wikipedia

Condividi su:

One Comment on “Caccia di persistenza”

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *